Contributi per agosto, 2009

VEDO IN FRANCESCHINI UN NON SO CHE DI “DEGASPERIANO”

venerdì 28 agosto 2009

Non so quanto possa contare il mio parere: forse nulla, ma mi preme esprimerlo ugualmente.

Premetto che non ho votato mai per PCI-PDS-DS e neppure per DC – DL (..o assimilati).

Fino a quando ciò lo ritenuto dignitoso, cioè sino all’imbarco con la truppa berlusconiana, ho sempre votato dal 1958 per il PRI.

Oggi ritengo che solo il PD abbia la possibilità di cambiare questa Italia per la metà corrotta moralmente e civilmente da 15 anni di belusconismo imperante.

L’uomo che ritengo all’altezza per continuare a condurre il PD verso detto traguardo lo vedo in DARIO FRANCESCHINI..

Non perché mi è simpatico, come ha affermato Debora Serracchiani, ma perché intravedo in Lui “un non so che di degasperiano”, ritenendolo un cattolico autenticamente laico come lo fu De Gasperi: forse più di Bersani, che peraltro stimo molto.

E poi, cosa non secondaria e di alto contenuto simbolico in quanto atto non richiesto, ha giurato sulla Costituzione Repubblicana nelle mani del padre ex partigiano.

Giovanni Marinelli
Membro del Coordinamento Provinciale del PD

Andare da loro e sentirsi insultare se del caso

giovedì 27 agosto 2009

Europa -27ago09

L’analisi di James Purnell (pubblicata da Europa il 25 agosto) sulla crisi delle sinistre europee a me pare coincida in gran parte con quella di Romano Prodi (Messaggero, 15 agosto). Sicuramente nell’indicazione degli elementi della crisi. Va giustamente oltre Prodi nell’individuare nella globalizzazione lo snodo, il punto di inizio, la questione che ha bloccato le sinistre e offerto ossigeno elettorale alle destre: i cittadini «ci hanno sentito cantare le lodi della globalizzazione senza per altro sentirci ammetterne le difficoltà».
E, aggiungo io, senza saper mostrare di possedere idee chiare su come governare quelle difficoltà.
Mentre i processi di globalizzazione avanzavano a una velocità – questa sì da guinness dei primati – i riformisti europei, che pure avevano il merito di averli previsti e persino favoriti in quanto unico modo per “fare entrare nel mondo” quella maggioranza di uomini che ne era esclusa, si sono trovati improvvisamente spaesati, incapaci di pensare il governo di tali processi e in particolare il governo del loro impatto sulla realtà dei singoli paesi. (continua…)

Regione Toscana all’attacco sull’immigrazione con una nuova legge

lunedì 24 agosto 2009

In un periodo in cui il centro sinistra è indubbiamente sulla difensiva sul tema immigrati, la Regione Toscana passa invece all’attacco e vara una legge molto interessante nella direzione della integrazione e valorizzazione della presenza degli immigrati in Toscana.

Alcuni punti salienti:

  • Garantire agli immigrati regolari una parità sostanziale
  • Non un paradiso per gli immigrati ma nemmeno un inferno
  • Regole certe per i regolari
  • Primato della persona: cure mediche per tutti
  • Chi paga le tasse ha diritto ai servizi
  • Non si può vivere “di nascosto”: pari dignità e pari doveri per tutti
  • L’extracomunitario diventi parte della comunità

Un testo riassuntivo della legge è visibile al questo link

Un buon testo e una buona iniziativa per approfondire il modello di società multietnica e multiculturale che tutti (noi) abbiamo in mente ma che è così profondamente messa a prova dalle scelte estreme e insensate di questo governo.

Confronto fra le tesi congressuali (a cura di S. Ceccanti)

domenica 23 agosto 2009

Analisi a cura di Stefano Ceccanti

 

 

Nota metodologica previa: la mozione Franceschini è sostanzialmente la trascrizione del suo intervento di presentazione della candidatura, per Marino la mozione non differisce significativamente dal discorso, invece per Bersani ci sono scarti molto significativi tra il discorso di presentazione all’Ambra Jovinelli e la mozione finale, pertanto si indicheranno rispettivamente come Bersani 1 e Bersani 2 sui punti in cui differiscono e si sottolineeranno le differenze più forti. L’ordine di presentazione l’ho scelto a posteriori perché le mozioni Franceschini e Marino sono pressoché identiche (tranne la differenza sulle coppie di fatto tra Dico e Civil partnership, dove invece sono pressoché identiche la Franceschini e la Bersani) segue la Bersani 1 che è molto lontana da entrambe e la Bersani 2 che riduce sensibilmente le distanze. (continua…)

Pd, domande ai candidati

domenica 23 agosto 2009

Pd, domande ai candidati

Europa – 19ago09

Gli uomini saggi e illuminati – ricordo per esempio il cardinal Martini – ammoniscono che, prima e più delle risposte, è importante formulare le domande giuste.
Centrare le domande è un primo, decisivo passo verso le risposte appropriate.
Significa avere impostato bene le questioni che ci impegnano.
È una massima da applicare al congresso del Pd. Suggerirei a me stesso e un po’ a tutti di non farci distrarre, di non indulgere a polemiche senza costrutto, di risparmiarci reciprocamente le dispute superficiali o capziose. Del tipo: chi è favorito, chi ha dalla sua i sondaggi, perché Storace e Bossi fanno outing per Bersani, il processo alle intenzioni sottese a un verso di Vasco Rossi che figura sul manifesto di un candidato. Concentriamoci piuttosto sulle questioni cruciali. Dico meglio: incalziamo ciascuno dei tre candidati sui suoi veri o presunti punti deboli. Non per il gusto di metterli in difficoltà, ma per scavare a fondo nei problemi aperti e più controversi. Nell’interesse del partito, ancora alla ricerca di una sua più definita identità. A Ignazio Marino, che non sostengo, ma per il quale nutro stima e simpatia, non fosse altro perché si è messo in gioco con coraggio pur partendo sfavorito, porrei due quesiti. Il primo: come pensa di non essere risucchiato, a dispetto delle sue intenzioni, nel vortice del candidato che risolve la sua piattaforma in una sola issue. Una issue, la laicità, che si nutre di delicati equilibri e dunque mal sopporta la riduzione a una bandiera congressuale di parte? La laicità ben intesa si declina in molteplici direzioni che rischiano di essere oscurate da uno slogan. La seconda questione: come giudica Marino l’anno e mezzo di vita del Pd alle nostre spalle? Quando annunciò la sua candidatura fece intendere di proporsi quale interprete ancor più fedele e rigoroso dello spirito del Lingotto, che poi sarebbe andato smarrito. Non sfuggirà a Marino la circostanza che, per alcuni, io tra questi, già lì, esattamente lì, sta la radice della debacle che ne è seguita. Sia perché al Lingotto nulla si disse circa il partito che vogliamo prospettando semmai e impropriamente le linee di un programma di governo (con Prodi ancora in carica), sia perché si adombrò una linea liberale e centrista che ha oscurato il segno di una chiara ed esplicita alternatività al centrodestra.
A Bersani chiederei invece tre cose. Primo: circa la forma partito, non ci si può accontentare della conciliazione nominalistica partito aperto-partito radicato (posta la questione in questi termini, chi può dissentire?). Vogliamo essere sicuri che più in concreto egli scommetta sul coinvolgimento strategico dei cittadini elettori nell’elezione delle figure apicali del Pd. Senza incertezze o ambiguità. Secondo: non basta dichiararsi per il bipolarismo. Interessa più precisamente sapere se ci si impegna su una legge elettorale che in concreto lo garantisca e se si intende revocare la prassi da tempo sperimentata secondo la quale è affidata al voto degli elettori la scelta di maggioranza e premier. Terzo: quanto alle alleanze, una volta chiarito che le si vuole e le si cerca, vorremmo essere rassicurati che l’Udc è sì interlocutrice ma non ci si consegna ad essa e ai suoi volubili calcoli di convenienza (come fanno i Letta e i Follini), che non si pongono pregiudiziali esclusive ed escludenti di altri partiti. In sintesi, che l’asserita ripresa di un’ispirazione ulivista, e cioè aperta e inclusiva, non sia meramente nostalgica o nominalistica.
A Franceschini, a sua volta, proporrei tre temi.
Primo: non basta la rituale ammissione che qualche errore lo si è fatto. Per poi passare ad altro argomento.
Si deve riconoscere che si è trattato di brucianti sconfitte politiche e del fallimento della linea Veltroni, mettendo in fila tutte e singole le ragioni di esso: presunzione di autosufficienza, velleità bipartitiche, nuovismo leggero, fallace illusione di una partnership sulle riforme con Berlusconi. Secondo: impegnarsi in un giudizio non ballerino sul berlusconismo.
Domando: è quello netto e chiaro del Franceschini della campagna per le europee o quello che, all’insegna dell’imperativo di “non demonizzare” e neppure nominare l’avversario, si inibisce una radicale alternativita’ ideale e politica ad esso? Terzo: si è disposti a fare autocritica circa il vistoso deficit di legalità e democrazia interna al Pd, circa il mix di velleitario leaderismo e di blocco oligarchico tra capicordata, di cooptazione di fedeli e di specchietti per le allodole non riconducibili a un senso politico riconoscibile? Un mix che ci ha consegnato un partito con una direzione nazionale tutta nominata dall’alto e spartita tra correnti vere o presunte, surrogata poi da un organo, il coordinamento, di capi e capetti che neppure esiste a statuto.
E ancora: a Bersani chiederei di confutare nei fatti l’accusa di continuismo impegnandosi a costruire un partito davvero plurale e a operare un profondo ricambio delle classi dirigenti al centro e in periferia.
A Franceschini domanderei di non cedere alla spinta dei suoi sostenitori vetero e neo-centristi verso una declinazione esangue del riformismo inteso come moderatismo o modernizzazione senza uguaglianza.
Un riformismo culturalmente subalterno a paradigmi e ricette della destra.
Sono solo esempi. Per mettere sui binari giusti un confronto congressuale che sia, insieme, schietto e ben centrato su identità e linea del partito. L’opposto delle scaramucce e delle sterili polemiche tra tifosi.
L’opposto dell’irenismo e della retorica che contrassegnarono le primarie per Veltroni, quando si fece finta di essere tutti (o quasi) d’accordo. Una partenza falsa che abbiamo pagato cara e le cui responsabilità sono diffuse, non addossabili al solo Veltroni. Davvero pochi possono a buon diritto chiamarsene fuori.

Franco Monaco