Pd, domande ai candidati
Europa – 19ago09
Gli uomini saggi e illuminati – ricordo per esempio il cardinal Martini – ammoniscono che, prima e più delle risposte, è importante formulare le domande giuste.
Centrare le domande è un primo, decisivo passo verso le risposte appropriate.
Significa avere impostato bene le questioni che ci impegnano.
È una massima da applicare al congresso del Pd. Suggerirei a me stesso e un po’ a tutti di non farci distrarre, di non indulgere a polemiche senza costrutto, di risparmiarci reciprocamente le dispute superficiali o capziose. Del tipo: chi è favorito, chi ha dalla sua i sondaggi, perché Storace e Bossi fanno outing per Bersani, il processo alle intenzioni sottese a un verso di Vasco Rossi che figura sul manifesto di un candidato. Concentriamoci piuttosto sulle questioni cruciali. Dico meglio: incalziamo ciascuno dei tre candidati sui suoi veri o presunti punti deboli. Non per il gusto di metterli in difficoltà, ma per scavare a fondo nei problemi aperti e più controversi. Nell’interesse del partito, ancora alla ricerca di una sua più definita identità. A Ignazio Marino, che non sostengo, ma per il quale nutro stima e simpatia, non fosse altro perché si è messo in gioco con coraggio pur partendo sfavorito, porrei due quesiti. Il primo: come pensa di non essere risucchiato, a dispetto delle sue intenzioni, nel vortice del candidato che risolve la sua piattaforma in una sola issue. Una issue, la laicità, che si nutre di delicati equilibri e dunque mal sopporta la riduzione a una bandiera congressuale di parte? La laicità ben intesa si declina in molteplici direzioni che rischiano di essere oscurate da uno slogan. La seconda questione: come giudica Marino l’anno e mezzo di vita del Pd alle nostre spalle? Quando annunciò la sua candidatura fece intendere di proporsi quale interprete ancor più fedele e rigoroso dello spirito del Lingotto, che poi sarebbe andato smarrito. Non sfuggirà a Marino la circostanza che, per alcuni, io tra questi, già lì, esattamente lì, sta la radice della debacle che ne è seguita. Sia perché al Lingotto nulla si disse circa il partito che vogliamo prospettando semmai e impropriamente le linee di un programma di governo (con Prodi ancora in carica), sia perché si adombrò una linea liberale e centrista che ha oscurato il segno di una chiara ed esplicita alternatività al centrodestra.
A Bersani chiederei invece tre cose. Primo: circa la forma partito, non ci si può accontentare della conciliazione nominalistica partito aperto-partito radicato (posta la questione in questi termini, chi può dissentire?). Vogliamo essere sicuri che più in concreto egli scommetta sul coinvolgimento strategico dei cittadini elettori nell’elezione delle figure apicali del Pd. Senza incertezze o ambiguità. Secondo: non basta dichiararsi per il bipolarismo. Interessa più precisamente sapere se ci si impegna su una legge elettorale che in concreto lo garantisca e se si intende revocare la prassi da tempo sperimentata secondo la quale è affidata al voto degli elettori la scelta di maggioranza e premier. Terzo: quanto alle alleanze, una volta chiarito che le si vuole e le si cerca, vorremmo essere rassicurati che l’Udc è sì interlocutrice ma non ci si consegna ad essa e ai suoi volubili calcoli di convenienza (come fanno i Letta e i Follini), che non si pongono pregiudiziali esclusive ed escludenti di altri partiti. In sintesi, che l’asserita ripresa di un’ispirazione ulivista, e cioè aperta e inclusiva, non sia meramente nostalgica o nominalistica.
A Franceschini, a sua volta, proporrei tre temi.
Primo: non basta la rituale ammissione che qualche errore lo si è fatto. Per poi passare ad altro argomento.
Si deve riconoscere che si è trattato di brucianti sconfitte politiche e del fallimento della linea Veltroni, mettendo in fila tutte e singole le ragioni di esso: presunzione di autosufficienza, velleità bipartitiche, nuovismo leggero, fallace illusione di una partnership sulle riforme con Berlusconi. Secondo: impegnarsi in un giudizio non ballerino sul berlusconismo.
Domando: è quello netto e chiaro del Franceschini della campagna per le europee o quello che, all’insegna dell’imperativo di “non demonizzare” e neppure nominare l’avversario, si inibisce una radicale alternativita’ ideale e politica ad esso? Terzo: si è disposti a fare autocritica circa il vistoso deficit di legalità e democrazia interna al Pd, circa il mix di velleitario leaderismo e di blocco oligarchico tra capicordata, di cooptazione di fedeli e di specchietti per le allodole non riconducibili a un senso politico riconoscibile? Un mix che ci ha consegnato un partito con una direzione nazionale tutta nominata dall’alto e spartita tra correnti vere o presunte, surrogata poi da un organo, il coordinamento, di capi e capetti che neppure esiste a statuto.
E ancora: a Bersani chiederei di confutare nei fatti l’accusa di continuismo impegnandosi a costruire un partito davvero plurale e a operare un profondo ricambio delle classi dirigenti al centro e in periferia.
A Franceschini domanderei di non cedere alla spinta dei suoi sostenitori vetero e neo-centristi verso una declinazione esangue del riformismo inteso come moderatismo o modernizzazione senza uguaglianza.
Un riformismo culturalmente subalterno a paradigmi e ricette della destra.
Sono solo esempi. Per mettere sui binari giusti un confronto congressuale che sia, insieme, schietto e ben centrato su identità e linea del partito. L’opposto delle scaramucce e delle sterili polemiche tra tifosi.
L’opposto dell’irenismo e della retorica che contrassegnarono le primarie per Veltroni, quando si fece finta di essere tutti (o quasi) d’accordo. Una partenza falsa che abbiamo pagato cara e le cui responsabilità sono diffuse, non addossabili al solo Veltroni. Davvero pochi possono a buon diritto chiamarsene fuori.
Franco Monaco