C’è un progetto PD per la società multiculturale?
Anna Casella Paltrinieri, di Castelgoffredo, ricercatrice e professore aggregato di Antropologia culturale. Insegna alla Cattolica e tiene corsi in vari altri istituti di studi e di ricerca.
Con un suo articolo breve ma tagliente variamo la sezione “IL PROFILO RIFORMISTA”, in cui cercheremo di raccogliere contributi di tipo teorico su temi fondamentali e proposte forti che si muovono dentro il PD.
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C’è un progetto Pd per la società multiculturale?
Devo dire che sono molto contenta del corso che sta prendendo il PD. Ho sentito domenica il discorso di Franceschini a conclusione dell’incontro di Amalfi e mi sono rallegrata. Le idee espresse sulla green economy come modo per uscire dalla crisi, sul no al nucleare (grazie a Dio) e sulla ricerca piuttosto di energie alternative, ma anche il costante appello ai giovani, mi paiono finalmente buone idee, alternative al non pensiero della destra. Così l’insistenza sui valori e sulla importanza di costruire su questi (e non sugli interessi) il progetto politico.
C’è però un argomento che, mi pare, emerge ancora poco e non ne capisco il perché. È l’argomento relativo alla società multiculturale.
O, se preferiamo, relativo agli stranieri e alle politiche nei loro riguardi. Su questi temi non si vede (o, almeno, io non vedo) nello schieramento democratico una idea precisa. Certo, ci si esprime per l’accoglienza, la tolleranza, l’eguaglianza. Tutte cose giuste.
Che però vanno di pari passo (almeno nel sentire comune, anche della gente più ben disposta) con dichiarazioni relative alla necessità che gli stranieri rispettino le regole, si integrino. Fin troppo facile osservare come non sia affatto chiaro cosa questo significhi.
“Quali” regole deve rispettare lo straniero? Uno straniero integrato è uno che si adegua al modo di vivere italiano? Che chiede la cittadinanza? Che vive a modo suo ma non disturba gli altri?
Non è una semplice questione accademica: in gioco, mi pare, c’è l’idea di società del futuro che vorremmo avere. Comporta argomenti come la giustizia sociale, l’eguaglianza, la coesione sociale. Posto che gli stranieri sono in mezzo a noi, che ormai abbiamo seconde generazioni di giovani nati in Italia e che sarebbero stranieri nei paesi d’origine dei loro genitori, posto che le comunità di stranieri si sono ormai organizzare al loro interno con progetti culturali e, spesso, politici, la domanda che resta in sospeso è: quale spazio vogliamo dare loro?
Paradossalmente, chi ha le idee più chiare a riguardo è la Lega. Che ha pensato ad un apartheid per il quale gli stranieri che riescono a rimanere qui avranno uno statuto giuridico inferiore a quello degli italiani. Ad esempio, non avranno diritto alla casa come gli italiani, non al bonus bebè (vedi la vicenda di Brescia) saranno collocati in classi-ponte o più semplicemente classi separate, non saranno curati se clandestini, se sono Rom verrà loro imposto di sgombrare i campi nomadi o di sottoporsi a schedatura e via dicendo.
Una società gerarchica, diseguale, nella quale i diritti pieni sono solo degli autoctoni. Nessuno di noi, ovviamente, pensa o vuole questo. Ma la domanda resta: quale idea alternativa di società multiculturale portiamo avanti? Si tratta di cose molto pratiche: si o no al voto agli immigrati? Quale lo status dei giovani nati in Italia da genitori stranieri? Quale tipo di assistenza ai clandestini? Come garantire l’eguaglianza nell’esercizio della giustizia?
Durante la campagna elettorale sui temi della sicurezza la sinistra si è sostanzialmente allineata alla “agenda” dettata dai partiti oggi al governo. Ma il problema della sicurezza è trasversale alle culture: riguarda gli italiani e gli stranieri, come il problema della educazione delle nuove generazioni e il problema di come “vivere” la città…Voglio dire, in sostanza, che occorre confrontarsi, tra di noi e con le comunità di stranieri, su cosa significhi “integrazione” e “multi cultura”. Come sappiamo i progetti migratori degli stranieri sono i più eterogenei: vanno indagati, capiti e, soprattutto, va capito in che modo potrà essere organizzata la convivenza tra comunità che non condividono lo stesso orizzonte culturale e valoriale.
Sappiamo di comunità che organizzano scuole, sistemi di mutuo-aiuto, che partecipano alla vita amministrativa con comitati di quartiere…Sono divenute soggetti “politici” che perseguono una loro strategia. A mio parere occorre collocare la riflessione sulla multicultura in una cornice politica e giuridica. Faccio un esempio: nel dopoguerra l’accordo Gruber-De Gasperi portò alla conclusione della questione alto-atesina. Si riconobbe la specificità culturale dei tirolesi e si definirono le loro sfere di autonomia.
La stessa cosa potrebbe essere pensata con le comunità straniere, riconosciute come minoranze culturali all’interno dello stato italiano e all’interno delle nostre comunità? In questo senso, ad esempio, si è mosso ormai da tre decenni, il Canada, paese che ha nella costituzione il riferimento al multiculturalismo. E, relativamente al dialogo interculturale (argomento che sembra ormai passato di moda) non sarà il caso di uscire dalle nebbie e orientarlo al fine di definire concretamente quali regole siano necessarie per la condivisione dello stesso territorio?
Anna Casella Paltrinieri
Tag: apartheid, dialogo interculturale, razzismo, società aperta, società multiculturale