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	<title>I Democratici &#187; RECENSIONI</title>
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	<description>per l'Alto Mantovano</description>
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		<title>NUOVO STATUTO DEI LAVORATORI: ICHINO INTERVIENE SU SACCONI</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Oct 2010 06:04:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gilberto Quiri</dc:creator>
				<category><![CDATA[LAVORO]]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>
		<category><![CDATA[Ichino]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>

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		<description><![CDATA[mi pare degno di nota questo intervento di ICHINO sull&#8217;unità a proposito di Sacconi e della incapacità del nostro governo a gestire il tema del rinnovo dello statuto dei lavoratori.

CON UNA LETTERA A SINDACATI E IMPRENDITORI IL MINISTRO DEL LAVORO TROVA IL MODO PER RINVIARE SINE DIE IL DISCORSO SULLO “STATUTO DEI LAVORI”: LA SUA [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm; margin-bottom: .0001pt; line-height: 18.0pt; background: white;">mi pare degno di nota questo intervento di ICHINO sull&#8217;unità a proposito di Sacconi e della incapacità del nostro governo a gestire il tema del rinnovo dello statuto dei lavoratori.</p>
<p style="margin: 0cm; margin-bottom: .0001pt; line-height: 18.0pt; background: white;">
<p style="margin: 0cm; margin-bottom: .0001pt; line-height: 18.0pt; background: white;"><span style="font-family: &quot;Trebuchet MS&quot;; color: #993300;">CON UNA LETTERA A SINDACATI E IMPRENDITORI IL MINISTRO DEL LAVORO TROVA IL MODO PER RINVIARE<span> </span><em>SINE DIE</em><span> </span>IL DISCORSO SULLO “STATUTO DEI LAVORI”: LA SUA PRESENTAZIONE IN PARLAMENTO E’ RINVIATA… A QUANDO I DESTINATARI DELLA LETTERA SI SARANNO ACCORDATI SUL SUO CONTENUTO</span></p>
<p style="margin: 0cm; margin-bottom: .0001pt; line-height: 18.0pt; background: white;"><span style="font-family: &quot;Trebuchet MS&quot;; color: #333333;"> </span></p>
<p style="margin: 0cm; margin-bottom: .0001pt; line-height: 18.0pt; background: white;"><em><span style="font-family: &quot;Trebuchet MS&quot;; color: #333333;">Articolo pubblicato su</span></em><span><em><span style="font-family: &quot;Trebuchet MS&quot;; color: #333333;"> </span></em></span><span style="font-family: &quot;Trebuchet MS&quot;; color: #333333;">l’Unità<span><em> </em></span><em>del 4 ottobre 2010</em></span></p>
<p style="margin: 0cm; margin-bottom: .0001pt; line-height: 18.0pt; background: white;"><span style="font-family: &quot;Trebuchet MS&quot;; color: #333333;"> </span></p>
<p style="margin: 0cm; margin-bottom: .0001pt; line-height: 18.0pt; background: white;"><span style="font-family: &quot;Trebuchet MS&quot;; color: #333333;">Ricordate la rubrica del<span> </span><em>Bertoldo</em><span><em> </em></span>intitolata “La Vedova scaltra”? Ogni settimana una vignetta presentava la vedova falsamente rassegnata a tornare al Creatore, che lo pregava così: “Fatemi solo vedere il giorno in cui tutti pagheranno le tasse, poi sono pronta a ricongiungermi al mio adorato marito”; oppure “Possa io solo vedere il giorno in cui le Poste torneranno a funzionare, poi sono pronta a lasciare questo mondo”. L’auspicio del nostro ineffabile ministro del Lavoro è lo stesso: “fatemi solo vedere l’accordo tra le parti sociali sul contenuto del nuovo <em>Statuto dei lavori</em>, e sarò pronto a presentarlo in Parlamento”.</span></p>
<p style="margin: 0cm; margin-bottom: .0001pt; line-height: 18.0pt; background: white;"><span style="font-family: &quot;Trebuchet MS&quot;; color: #333333;"><span id="more-1050"></span><br />
Intendiamoci bene: che la legislazione del lavoro debba rispecchiare gli equilibri espressi dal sistema delle relazioni industriali e rispettare l’autonomia della contrattazione collettiva è principio sacrosanto (e Dio sa quanto sistematicamente violato nell’ultimo quarantennio). Ma quando il tema all’ordine del giorno è il disboscamento di una giungla legislativa ormai divenuta impenetrabile e una profonda riscrittura del diritto del lavoro, il compito di un ministro del Lavoro che si rispetti  è, sì, di stimolare l’accordo in proposito tra le parti sociali, ma anche di prepararlo con proposte equilibrate e ben costruite. Nella totale assenza di queste, il puro e semplice rinviare l’iniziativa legislativa a quando le parti sociali si saranno accordate in proposito &#8211; come ha fatto Sacconi mercoledì scorso &#8211; è solo una trovata mediatica per nascondere la propria inerzia o incapacità.<br />
Questa trovata fa seguito a una serie di rinvii che, effettivamente, era diventata a dir poco imbarazzante. Sacconi aveva annunciato il suo<span> </span><em>Statuto dei lavori</em><span> </span>come imminente una prima volta subito dopo le elezioni, nella primavera 2008. Poi era tornato ad annunciarlo nel<span> </span><em><a title="Libro bianco del ministro Sacconi, 25.5.09" href="http://www.lavoro.gov.it/NR/rdonlyres/376B2AF8-45BF-40C7-BBF0-F9032F1459D0/0/librobianco.pdf" target="_blank"><span style="color: #006699;">Libro Bianco</span></a></em><span><em> </em></span>del maggio 2009. Nel settembre 2009, quando 55 senatori Pd presentatavano alla stampa i<span> </span><a title="Progetto Semplificazione e Flexsecurity - 11.11.09" href="http://www.pietroichino.it/?p=1079" target="_blank"><span style="color: #006699;">disegni di legge n. 1872 e 1873 per il nuovo</span><span><span style="color: #006699; text-decoration: none; text-underline: none;"> </span></span><em><span style="color: #006699; text-decoration: none; text-underline: none;">Codice del Lavoro</span></em><span style="color: #006699;"> semplificato</span></a>, il ministro aveva annunciato che il suo progetto, ormai in fase avanzata di elaborazione, sarebbe stato presentato entro la fine dell’anno; ma a Natale non se ne era vista neppure una prima bozza. A gennaio 2010, a chi gli chiedeva perché non fosse stato ancora presentato, il ministro era tornato a prometterlo per “subito dopo le elezioni regionali”; ma a maggio ancora non ce n’era traccia. Nell’<a title="Editoriale Newsletter n. 114 - 2.8.10" href="http://www.pietroichino.it/?p=9658" target="_blank"><span style="color: #006699;">editoriale del 2 agosto scorso</span></a><span> </span>per la<span> </span><a title="Newsletter n. 114 - 2.8.10" href="http://www.pietroichino.it/?p=9678" target="_blank"><em><span style="color: #006699; text-decoration: none; text-underline: none;">Newsletter</span></em><span><span style="color: #006699; text-decoration: none; text-underline: none;"> </span></span><span style="color: #006699;">n. 114</span></a> di mio sito (rileggerlo presenta forse qualche spunto di interesse) denunciavo l’ennesimo rinvio: questa volta alla fine del 2010.<br />
Ora la fine dell’anno si sta avvicinando pericolosamente, e il ministro del Lavoro, che è persona previdente (non per nulla ha anche la competenza per la Previdenza sociale), comincia a percepire l’improponibilità di un ennesimo rinvio alla vecchia maniera, cui sarà immancabilmente costretto. Ed ecco la trovata: mercoledì scorso egli scrive alle associazioni sindacali e imprenditoriali una bella letterina, nella quale le invita alla “ricerca di intese o avvisi comuni” per la riforma del nostro diritto del lavoro. Qualcuno potrebbe chiedersi che cosa abbiano fatto, su questo terreno, gli esperti del ministero nei due anni e mezzo trascorsi dal primo annuncio: tutto qui? No: il frutto del loro lavoro è evidenziato dalle precise indicazioni contenute nella stessa lettera alle parti sociali: il nuovo provvedimento legislativo dovrà contenere “un Testo unico del lavoro di carattere innovativo”. Caspita! Questo sì che è parlar chiaro. Ma gli esperti del ministero si sono spinti anche oltre. Nella lettera si aggiunge che il nuovo testo unico deve contenere l’individuazione “di semplificazioni, abrogazioni e ri-regolazioni”. Quali complessi studi e ricerche saranno stati necessari per giungere a questa sorprendente conclusione?<br />
Ora, comunque, la rotta è finalmente chiara. E a gennaio il ministro non avrà più l’imbarazzo di dover giustificare l’ennesimo rinvio. Potrà limitarsi a dire: “ho invitato le parti a indicarmi i contenuti di un Testo unico di carattere innovativo, ho anche chiarito loro che ci dovranno essere semplificazioni, abrogazioni e ri-regolazioni. Che cosa volete di più da me? Adesso se la sbroglino loro e non prendetevela con il Governo se lo<span> </span><em>Statuto dei lavori</em><span> </span>ritarda: è colpa loro, che perdono tempo senza accordarsi”.<br />
Bravissimo! Così si fa.</span></p>
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		<title>PER UN RINNOVATO IMPEGNO DELLE DONNE IN POLITICA</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Nov 2009 08:23:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dina Vignoni</dc:creator>
				<category><![CDATA[IDEE]]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[pari opportunità]]></category>

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		<description><![CDATA[Sabato ho partecipato al terzo e ultimo incontro di un ciclo di dibattiti promosso dall’assessorato alle pari opportunità della Provincia dal tema “ Potere essere donna”  .
“Libertà di essere donna in politica:rappresentanza, rappresentatività e rappresentazione femminile”
questo il titolo affrontato da donne di diversa  età e provenienza politica.
Un incontro ricco,stimolante,serrato grazie anche ad un’esperta conduzione da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sabato ho partecipato al terzo e ultimo incontro di un ciclo di dibattiti promosso dall’assessorato alle pari opportunità della Provincia dal tema “ Potere essere donna”  .</p>
<p>“Libertà di essere donna in politica:rappresentanza, rappresentatività e rappresentazione femminile”</p>
<p>questo il titolo affrontato da donne di diversa  età e provenienza politica.</p>
<p>Un incontro ricco,stimolante,serrato grazie anche ad un’esperta conduzione da parte di Giovanni Anversa,giornalista di Rai 3.</p>
<p>Alessandra Guerra, Souad Sbai, Grazia Francescano, Fiorenza Brioni e Rosy Bindi hanno ribadito la necessità di “ri-prendere la parola come donne impegnate in politica” in una stagione in cui i modelli culturali del femminile sembrano aver perso quei riferimenti di parità e di dignità conquistati nei decenni precedenti.</p>
<p>Una “Rosy” ironica, acuta, profonda ha saputo mettere in risalto alcune tematiche che potrebbero essere approfondite anche nel nostro territorio, da noi donne impegnate in politica.</p>
<p>Come dice la nostra presidente “Non si tratta di riconoscere quelle donne che in politica ce l’hanno fatta ma è l’insieme delle donne che deve starci a cuore. Non solo ALCUNE ma TUTTE.</p>
<p>E’ il popolo delle donne a dover essere messo al centro dell’attenzione perché sono esse che abitano i luoghi della vita”.</p>
<p>Altro tema: il rapporto fra potere e donne.</p>
<p><span id="more-740"></span></p>
<p>Non dobbiamo avere paura del potere, sostiene la Bindi, perché “ la politica è esercizio legittimo del potere”, un potere inteso non come sopraffazione o dominio, ma come servizio e  responsabilità.</p>
<p>Le donne possono contribuire a recuperare con la loro azione e la loro rielaborazione questa idea di potere. Nel corso dei secoli gli uomini hanno tenuto in mano il potere. “ Il potere è maschile- continua la Bindi-  C’è una marginalità storica delle donne rispetto al potere ma per essere presenti nei luoghi del potere esse devono essere maggiormente solidali tra di loro; devono maturare  stima a partire da un sé come persona e non solo per il ruolo assegnato. Hanno molto da dare, le donne.”</p>
<p>Ultima riflessione su cui mi soffermo e oggetto di domanda alla quale hanno risposto tutte le donne presenti all’incontro: il corpo delle donne e la politica.</p>
<p>A partire dalla famosa frase della Bindi rivolta a Berlusconi durante la trasmissione “Porta a porta”, le donne politiche si sono raccontate nella fatica di affermarsi per la competenza, la preparazione, la testa, il cuore che hanno. Non è facile perché una deriva culturale, frutto del berlusconismo imperante, ha teorizzato che basta un bel corpo per carriere improvvise e sfolgoranti. Un attentato non solo alla dignità,all’intelligenza delle donne ma alla stessa democrazia. Ecco perché non si può parlare di semplici questioni private ma di vera e propria emergenza democratica.</p>
<p>Dina Vignoni</p>
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		<title>Ma se il centrosinistra non riuscirà a parlare&#8230;</title>
		<link>http://www.pdaltomantovano.it/ma-se-il-centrosinistra-non-riuscira-a-parlare/</link>
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		<pubDate>Wed, 25 Nov 2009 00:07:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gilberto Quiri</dc:creator>
				<category><![CDATA[IDEE]]></category>
		<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>
		<category><![CDATA[bipolarismo]]></category>
		<category><![CDATA[innovazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Prosegue, con un articolo di Linda Lanzillotta, su Europa, la riflessione a valle della scelta di Rutelli.
Questo non è il vero Pd
Europa 24nov09
Paolo Gentiloni si è chiesto, nei giorni scorsi, se sia stato puro velleitarismo ritenere, come tanti di noi hanno fatto negli ultimi quindici anni, che la politica italiana e in particolare il centrosinistra fossero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Prosegue, con un articolo di Linda Lanzillotta, su Europa, la riflessione a valle della scelta di Rutelli.<br />
<strong>Questo non è il vero Pd<br />
Europa 24nov09</strong><br />
Paolo Gentiloni si è chiesto, nei giorni scorsi, se sia stato puro velleitarismo ritenere, come tanti di noi hanno fatto negli ultimi quindici anni, che la politica italiana e in particolare il centrosinistra fossero pronti a realizzare la rivoluzione culturale che il progetto del Partito democratico richiedeva. Io non lo credo; la sfida non era impossibile.<br />
Certo non lo era quando questo grande sogno ha preso il via ma lo è diventato man mano che si è andata spegnendo la spinta al cambiamento partita con l’89 e rimasta viva e creativa fino al 1998. Il Pd non era un espediente per far sopravvivere alcuni spezzoni dei partiti travolti dalla crisi della prima repubblica e dalla caduta del Muro di Berlino. Il Pd era il tentativo di rigenerare le idee e la visione dei progressisti e di dare rappresentanza politica ai ceti che emergevano dalla rivoluzione tecnologica e terziaria della nostra economia, dalla crisi della grande industria e del sistema pubblico e parapubblico. Una rivoluzione culturale che, dopo la caduta del muro e di tutti gli altri muri travolti dalla globalizzazione, richiedeva di mettere in discussione antichi insediamenti sociali, consolidate certezze, tutele tradizionali e antichi diritti per fare irrompere nella rappresentanza sociale e politica i nuovi protagonisti, coloro che talvolta silenziosamente ed in modo invisibile realizzavano una mutazione profonda dell’organizzazione produttiva, economica e sociale dei grandi paesi occidentali.<br />
<span id="more-721"></span><br />
Ceti e gruppi sociali, nuovo sistema di imprese piccole e medie, lavoratori flessibili, realtà in parte create in Italia da politiche innovative poste in atto dallo stesso centrosinistra ma di cui poi paradossalmente era proprio il centrosinistra a non riuscire a cogliere e a interpretare i nuovi bisogni (pensiamo, ad esempio, ai contratti flessibili introdotti dalla legge Treu e alla conseguente necessità di rinnovare profondamente il sistema previdenziale).<br />
Noi, quando potevamo evitarlo, abbiamo trasformato la flessibilità in precarietà preferendo di finanziare lo scalone piuttosto che gli ammortizzatori sociali; noi abbiamo impoverito i ceti medi con politiche fiscali ideologiche; noi abbiamo rinunciato a guidare riforme amministrative dalla parte dei cittadini cedendo alla pressioni corporative ora dei sindacati ora degli amministratoti locali.<br />
I cambiamenti in atto nel paese si vedevano bene nelle grandi città, osservatorii privilegiati di trasformazioni urbane che erano il portato della rivoluzione del sistema produttivo. E non a caso era dai sindaci che nei primi anni Novanta nasceva la spinta a realizzare nuovi schemi politici capaci di dare voce alla tumultuosa innovazione sociale che avveniva sotto i loro occhi.<br />
Non si trattava dunque di quella riduttiva visione del Partito democratico concepita come la fusione tra culture cattoliche-democratiche postdemocristiane e culture ex o postcomuniste, ma di partire da quelle storie che in Italia avevano avuto traduzioni politiche molto diverse rispetto al resto d’Europa (il più grande partito comunista occidentale mai divenuto socialdemocratico, una grande Dc interclassista egemone e senza ricambio per cinquant’anni) per innestare nella politica italiana la cultura liberaldemocratica, un moderno ambientalismo, la cultura delle tecnologie dell’informazione portatrici della globalizzazione.<br />
Un mix culturale, postideologico, per costruire una nuova idea di futuro capace di orientare un paese spaventato dai cambiamenti prodotti dall’immigrazione, dall’obsolescenza dei saperi, dalle nuove insicurezze, e di valorizzare le energie positive di un’Italia dotata di grandi risorse e di eccezionali talenti.<br />
Ma questa appassionante sfida per l’innovazione della politica progressista è stata non solo non condivisa ma, in modo più o meno esplicito, derisa quando non ridicolizzata da buona parte delle forze via via confluite nelle varie forme assunte dalla aggregazione degli spezzoni di soggetti storicamente rinvenienti dalla crisi dei partiti della prima repubblica poi confluenti e mutanti nei vari Pds-Ds-Ppi-Margherita- Ulivo-Pd; forze il cui obiettivo costante che ha segnato la nascita e, di volta in volta, il fallimento dei nuovi soggetti politici è stato quello non di generare qualcosa di profondamente nuovo in termini di valori, di progetto, di classe dirigente, di base sociale, ma di preservare le antiche identità, organizzazioni e strutture per proiettare sul futuro il potere detenuto nel passato.<br />
Senza accorgersi che intanto, in nome di questo miope conservatorismo, si lasciava campo libero al centrodestra, alla Lega ma anche a Berlusconi, nella rappresentanza, prima confusa e protestataria ma poi sempre più inserita in una visione organica e valoriale (Tremonti) dei bisogni dei nuovi ceti sui temi della modernizzazione: dal fisco alla burocrazia, dall’innovazione alla legalità, dal mercato al welfare.<br />
Sono queste le “ragioni strutturali” del fallimento del progetto. E le scelte e gli errori che hanno segnato le tappe di questo fallimento sono state la conseguenza di questo vizio d’origine. Il non riuscire a staccarsi dal collateralismo con sindacato e soggetti economici tradizionalmente legati al Pci, la rinuncia a portare e a guidare in Europa, insieme alle forze liberali e ambientaliste, la battaglia per l’innovazione del campo progressista segnato dalla crisi irreversibile della socialdemocrazia (e la amara sconfitta della candidatura di D’Alema conferma quanto sia stato inutile questa sciagurato compromesso) , l’opzione per un partito “solido” che, nei territori, impedisce un rinnovamento della classe dirigente che dia discontinuità e credibilità al Pd sul piano della legalità e del buongoverno, l’alleanza elettorale con Di Pietro che nell’illusione di accorciare i tempi della lunga marcia del Pd lo ha schiacciato nella rincorsa al radicalismo giustizialista impedendogli di sviluppare il lavoro di costruzione della sua identità programmatica; un lavoro che invece sarebbe dovuto essere il grande cantiere di questa legislatura il cui esito elettorale nell’aprile del 2008 non poteva che essere segnato.<br />
E invece dall’aprile 2008 è stata impressionante la povertà della elaborazione del Pd sui temi della crisi, della riorganizzazione dell’economia globale, della governance internazionale, di una ridefinizione del rapporto tra stato e mercato che non fosse il puro ritorno a vecchie ideologie, delle riforme strutturali per un’Italia che si ritroverà con tutte le sue fragilità.<br />
Certo che di un Pd ci sarebbe bisogno. Ma evocarlo non basta a renderlo reale. Dire, come è giusto, che nessuno si può chiamare fuori da questa sconfitta non modifica la realtà. E soprattutto non modifica il fatto che Bersani ha vinto su una linea di abbandono del progetto del Pd e di esplicita restaurazione dell’antico: in termini di cultura politica, in termini di rappresentanza sociale e di interessi, in termini di modello di partito, in termini di adesione al socialismo europeo.<br />
In verità tra coloro che non hanno appoggiato Bersani pochi contestano questi argomenti; tuttavia rivendicano la possibilità di continuare la battaglia per il Pd dentro il Pd in nome della presunta identità plurale del partito testimoniata dalla conquistata gestione plurale del partito. Ma, attenzione.<br />
Identità plurale non significa giustapporre le culture di provenienza ripartendo col bilancino gli incarichi di partito tra le diverse “aree” o correnti; identità plurale significa la capacità di un partito di esprimere una propria visione che sia l’amalgama delle diverse identità non più riconoscibili singolarmente ma tutte ricompresse e percepibili perché fuse in un nuovo progetto, come tale attraente e convincente per vecchi e soprattutto nuovi elettori. La mozione di Bersani e il suo discorso di insediamento hanno esplicitamente (e legittimamente) archiviato questa idea di Pd. E allora bisogna prenderne atto con realismo e responsabilità, anche se con sofferenza e rimpianto. Per chi intende la politica non come testimonianza o protesta ma come strumento per governare il paese e incidere sulla qualità della vita dei suoi cittadini e sul futuro delle nuove generazioni è doveroso avere la consapevolezza che con il 30 per cento dei voti, rappresentativo sul piano parlamentare della sinistra del paese e dipendente sul piano dei numeri e delle alleanze da una forza giustizialista come l’Idv non si arriverà a vincere o se ci si arrivasse si fallirebbe per l’ennesima volta la missione della modernizzazione e dell’innovazione economica e sociale dell’Italia replicando gli effetti perversi di quel bipolarismo lacerante che ha sfibrato il paese.<br />
Occorre ricominiciare a parlare a quei milioni di elettori che sono la parte più vitale del paese, il cuore pulsante che vive da protagonista i cambiamenti in atto e chiede, allo stesso tempo, soluzioni pragmatiche per l’oggi e un orizzonte positivo per il futuro.<br />
E questi milioni di elettori, come Gentiloni grande esperto di flussi elettorali ben sa, scomparsa la Margherita e fallito il secondo governo Prodi, non hanno più guardato al centrosinistra come a un interlocutore credibile. Non sono questi gli elettori che fanno crescere il Pd nei sondaggi ma quelli che (e lo conferma Ilvo Diamanti), come Folena, Mussi, Angius e tanti altri, ritornano alla vecchia casa della sinistra dove ora, dopo l’ubriacatura democratica, ci si può sentire di nuovo a proprio agio. Ma se il centrosinistra non riuscirà a parlare di nuovo al cuore vitale del paese, a quei milioni di cittadini che gli hanno voltato le spalle vorrà dire che, per un periodo molto molto lungo, avremo consegnato l’Italia al centrodestra nonostante la sua palese inadeguatezza a guidare un grande paese come il nostro.<br />
Il senso della mia scelta e delle mie future battaglie è tutto qui: contribuire a creare le condizioni e gli strumenti perché ciò non accada.</p>
<p><a href="http://www.europaquotidiano.it/gw/producer/producer.aspx?t=/documenti/author.htm&amp;auth=408">Linda Lanzillotta </a></p>
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		<title>&#8220;Una buona fetta di elettorato accetta&#8230;&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Nov 2009 23:25:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gilberto Quiri</dc:creator>
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		<category><![CDATA[IL PROFILO RIFORMISTA]]></category>
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		<description><![CDATA[La sfida del Pd non è perduta
Europa – 17 novembre 09
Ora che la scelta di Francesco Rutelli si è compiuta, con la presentazione di Alleanza per l’Italia, provo a riassumere le cose che ho detto in queste settimane a tanti amici preoccupati e addolorati dopo anni di lavoro comune. La premessa è che la scelta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La sfida del Pd non è perduta</p>
<p>Europa – 17 novembre 09</strong></p>
<p>Ora che la scelta di Francesco Rutelli si è compiuta, con la presentazione di Alleanza per l’Italia, provo a riassumere le cose che ho detto in queste settimane a tanti amici preoccupati e addolorati dopo anni di lavoro comune. La premessa è che la scelta di Rutelli merita rispetto. E non lo dico solo in nome dell’antico sodalizio che mi lega a Francesco, Linda e altri che sono usciti dal Pd. Merita rispetto in sé, il rispetto che si deve alle scelte politiche trasparenti e in un certo senso coraggiose. Certe reazioni arroganti riflettono solo miopia e cattive abitudini, le stesse che da mesi cercano di marginalizzare o addirittura sospingere fuori dal Pd chi nuota controcorrente.<span id="more-707"></span><br />
Amicizia e rispetto non attenuano tuttavia il mio dissenso per l’interruzione di un cammino condiviso da oltre dodici anni sotto quattro diverse sigle, da Centocittà ai Democratici, dalla Margherita al Pd. Il traguardo di questo lungo cammino non era un soggetto centrista. La sfida di questi dodici anni era assai più ambiziosa, spesso ai confini del velleitarismo: competere con la tradizione e la classe dirigente ex Pci nella guida del centrosinistra. Francesco Rutelli (e altri, non moltissimi, con lui) ha coltivato questa ambizione non per amore di “competition”, tanto meno per escludere i post-Pci, ma convinto che solo un centrosinistra con idee e leadership plurali, e non riconducibili a quella sola tradizione, avrebbe potuto dar vita a una maggioranza stabile nell’Italia bipolare. In due parole, l’idea forza alla base delle diverse esperienze di questi anni era il Partito democratico. Il Pd è stato il fine ultimo delle nostre fatiche in questa lunga coda del crollo della Prima Repubblica.<br />
Il discorso vale anche per la Margherita, una delle esperienze politiche più innovative e feconde di questi 20 anni oggi quasi dimenticata, anche da molti che ne hanno ampiamente raccolto i frutti. La stessa Margherita non era nata per vivere in eterno ma per rendere possibile, culturalmente e organizzativamente, la nascita di un Pd che non fosse un ulteriore stadio dell’evoluzione Pci-Pds-Ds. E aveva compiuto la sua missione.<br />
Perché abbandonare oggi questo cammino, perché rinunciare a un traguardo così lungamente inseguito? Chi ha lasciato il Pd risponde: il lungo cammino si è concluso con una sconfitta irreparabile, il Pd è il nuovo marchio della ditta Pci-Pds-Ds. «Vi illudete voi che restate». Finirete sopra un mobile.<br />
Fosse davvero così, toccherebbe almeno ragionare sui motivi di un disastro così rapido. Che certo non è avvenuto tutto in una notte (il fatidico 52 per cento di Bersani?) né mi pare imputabile soltanto agli (indubbi) errori di qualcuno. Il progetto Pd era in sé avventurosamente velleitario e non poteva che sfracellarsi alle prime curve? Oppure è nato troppo tardi? O troppo presto? Insomma: anche per definire i modi di una ritirata bisognerebbe partire dalle ragioni profonde –“strutturali” – della sconfitta, se davvero la si ritiene così definitiva e irreparabile.<br />
Ma non è così. I disagi, le sconfitte, gli errori e i passi indietro descritti da Rutelli nel suo libro ci sono eccome.<br />
Ma chi non ha un pre-giudizio contrario al Pd (ce l’hanno sempre avuto, ad esempio, Dellai e Tabacci, due tra i migliori riformisti italiani) non può a mio avviso interpretarli come la fine prematura del progetto politico per il quale si è battuta una generazione intera. Il progetto Pd era rischioso, e oggi è a rischio. Ma non mi pare da riporre in tutta fretta con il cambio di stagione.<br />
Restano infatti vere, più vere che mai, innanzitutto le ragioni globali di questo progetto. L’Italia che non ha mai avuto una socialdemocrazia è il paese in cui, prima e meglio che in altri, i progressisti possono dar vita a un partito sintonizzato con le domande del nuovo secolo. È stato un grave errore non spendere questa novità su scala europea, dove di fatto il Pd è una variante del gruppo parlamentare socialista.<br />
Sarebbe imperdonabile spegnerla in Italia, questa novità, visto che le vittorie globali e le sconfitte europee ne confermano di continuo l’attualità.<br />
Altrettanto evidente mi sembra che l’alternativa a Berlusconi necessita di un grande partito di centrosinistra capace di andare ben oltre il 30 per cento dei voti e di tenere in piedi alleanze (incluse quelle “di nuovo conio”). L’alternativa non può basarsi su una nuova Unione. E del resto il sistema stesso polarizzerà sul Pd, almeno fino a quando la competizione fondamentale (anche se ovviamente non esclusiva) sarà tra Pdl e Pd.<br />
È infine ancora vero, stando ai sondaggi (oltre il 30 per cento, il doppio dei voti Ds), che una buona fetta di elettorato accetta l’idea di un grande partito di centrosinistra plurale. E una parte di questo elettorato, nonostante errori e sconfitte, accetta di partecipare direttamente alle primarie (che la partecipazione diretta riguardi soprattutto il “popolo di sinistra” non mi pare una inedita novità).<br />
Dunque, la sfida del Pd non è perduta. Può continuare (deve, a mio avviso), a patto che se ne riconoscano le difficoltà, che non ci si nascondano i rischi di crisi. Le difficoltà derivano innanzitutto dalle nostre sconfitte elettorali, il rischio di crisi dal progressivo arretramento con cui si è reagito alle sconfitte, passo indietro dopo passo indietro fino alle dimissioni di Veltroni e dall’esito del congresso, nonostante la coraggiosa battaglia di minoranza di Dario Franceschini. E fino al riaffacciarsi dell’ipoteca che da sempre grava sul cammino del Pd, essere ricondotti nel solco della tradizione della sinistra post comunista e come tali destinati a un ruolo permanente di minoranza.<br />
Il bivio che attende Pier Luigi Bersani è tutto qui: rilanciare l’ambizione del Pd o ricollocarlo nel ruolo della “sinistra riformista” nell’ambito di una coalizione di otto o nove partiti piccoli e medi, ciascuno in rappresentanza di una diversa sfumatura del lungo arco del centrosinistra.<br />
Le scelte che faremo ci diranno se stiamo imboccando l’una o l’altra strada.<br />
Che peso daremo all’ambiente come cardine di una nuova politica economica? Come riusciremo a tenere dritta la barra dell’opposizione senza pasticci e senza subalternità a Di Pietro? In che misura si correggerà l’impressione data in queste settimane di un partito sguarnito sul fronte moderato e troppo concentrato su ipotetici cantieri alla propria sinistra? E in cima a tutto il profilo del Pd, che è la vera posta in gioco dei mesi prossimi.<br />
Vedo due grandi obiettivi su cui merita impegnarsi.<br />
Primo, il rilancio di una strategia per uscire dal nostro storico insediamento e riconnettere il Pd con il nuovo paesaggio sociale dell’Italia.<br />
Qui sta il cuore della “vocazione maggioritaria” (altro che andare da soli!), nell’ambizione di andare oltre la collocazione socioculturale della sinistra, che vede il proprio spazio di minoranza destinato a ridursi sempre più. Siamo al paradosso di un Pd che fatica a rapportarsi tanto con le tute blu che con le partite Iva perché osteggia, specie sul terreno fiscale, il lavoro autonomo e quando privilegia il lavoro dipendente ha in mente il pubblico impiego e le fabbriche degli anni ’70. Non basta l’abbandono di un approccio “di classe”, servono gesti e proposte sul welfare universale per essere riferimento di lavori, figure sociali e corpi intermedi.<br />
Serve andare avanti sull’approccio che Veltroni (con Bersani) propose nove mesi fa all’intero arco delle rappresentanze sociali ottenendone un inedito riconoscimento.<br />
Secondo, il rilancio del processo di costruzione di un’identità plurale.<br />
Che non si esaurisce con lo schema che prevede sempre un Don Camillo a mitigare la prevalenza di Peppone.<br />
Va bene il pluralismo dei ruoli, ma attenzione che buona parte della nostra classe dirigente si è fatta le ossa nell’associazionismo, negli enti locali e nei nuovi movimenti più che nel tradizionale cursus honorum che portava a Botteghe Oscure o a piazza del Gesù. L’identità plurale ha a che fare con le sfide del nuovo mondo e ha bisogno di più tradizioni, a cominciare da quella liberaldemocatica, vera vincitrice morale del Novecento, e da quella ambientalista tra le più feconde in tutta Europa non da qualche mese ma da un quarto di secolo.<br />
Chi ha sostenuto la candidatura di Franceschini per rilanciare il progetto originario del Pd, senza venir meno alla lealtà verso il Pd e il suo nuovo segretario Bersani, ha oggi il dovere di non abbassare il tiro e di proseguire in questa battaglia culturale e politica.</p>
<p><a href="http://www.europaquotidiano.it/gw/producer/producer.aspx?t=/documenti/author.htm&amp;auth=326">Paolo Gentiloni </a></p>
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		<title>Domenica, i risultati delle primarie &#8220;aspettiamoli&#8221; insieme</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Oct 2009 23:35:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gilberto Quiri</dc:creator>
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g. quiri
Domenica i risultati delle primarie aspettateli insieme
 
Europa – 23ott09
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<p>g. quiri</p>
<p><strong>Domenica i risultati delle primarie aspettateli insieme</strong></p>
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<p><strong>Europa – 23ott09</strong></p>
<p>Al partito, devono andare al partito. Bersani, Franceschini e Marino dovrebbero essere lì, in via delle Fratte, domenica sera alle otto, quando chiudono i seggi delle primarie. Non dopo, non quando i risultati saranno acquisiti e pubblici, quando ciascuno saprà già qual è il suo ruolo e avrà deciso che faccia è il caso di fare. Ma durante, quando ancora tutto sarà incerto, mentre arrivano gli sms coi dati e Migliavacca li riceve. Anzi non dovrebbero andarci solo loro tre. Dovrebbero essere tutti lì, al Nazareno. Ci piacerebbe immaginarceli come sappiamo che sarebbero, D’Alema seduto davanti a un computer come quella notte dei risultati delle politiche che non arrivavano, Marini in piedi alle sue spalle che guarda lo schermo con la pipa spenta in mano, Fassino e Fioroni attaccati ai telefonini, Letta e la Bindi che sdrammatizzano toscaneggiando, Rutelli che passeggia nervoso come un papà in corsia in attesa che nasca il partito mai nato.</p>
<p><span id="more-687"></span></p>
<p>Lo sappiamo, è un dettaglio. Al partito poi ci andranno comunque, non mancherà l’abbraccio degli sconfitti al vincitore, sarà comunque una notte di liberazione e di catarsi. Però sarebbe più bello se cominciasse subito, subito e lontano dalle telecamere, e non ci lasciasse il dubbio di essere stata messa in scena dopo, per farci contenti.<br />
Perché degli avversari aspetterebbero separati, ognuno nel proprio quartier generale. E da domenica sera alle otto quei tre, avversari, non lo devono essere più. Da domenica sera alle otto c’è solo il Pd a cui pensare. E qualche volta i dettagli dicono tutto, qualche volta quello che fai conta più di cosa dici.<br />
È vero, ci sono i supporter che avrebbero anche i loro diritti. È perfettamente legittimo che i tre candidati sentano di dover passare quelle prime ore incerte con chi in questa lunghissima volata si è speso di più per loro, nelle stanze dove hanno preso le decisioni più importanti, nell’intimità degli amici veri. Che sia con loro che hanno voglia di passare il primo momento, di scambiare la prima pacca sulla spalla, di far scendere una lacrima di gioia o di delusione. Solo che questa non era una partita personale, nemmeno una sfida tra clan rivali, e qualunque cosa sia stata è durata abbastanza. Ci sarà tempo, dopo, per ringraziare, per decidere cosa fare e per condividere le emozioni più private. Ma nel momento della verità non sarà questione né di amicizia né di emozioni né di scelte per il futuro.<br />
Sarà questione semplicemente di fare anche loro, i candidati, il gruppo dirigente, quello che per mesi hanno chiesto a noi: di far vedere che ci tengono, come da slogan della molletta verde.<br />
Che ci tengono mica alla loro vittoria: al partito.<br />
Non ci interessa la photo opportunity, non ci interessa il retroscena: però per favore, domenica alle otto andate al Nazareno, chiudete la porta e aspettate insieme.</p>
<p><a href="http://www.europaquotidiano.it/gw/producer/producer.aspx?t=/documenti/author.htm&amp;auth=162">Chiara Geloni </a></p>
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