Chi ridarà l’onore ai democratici
Pubblichaimo il secondo articolo del direttore di Europa.
Chi ridarà l’onore ai democratici
Europa – S. Menichini – 15lug09
La pagliacciata con Grillo continuerà, magari arriverà alle carte bollate, e questo capita quando statuti e comma finiscono per valere più della politica (fermi restando i forti argomenti del gentilissimo Luigi Berlinguer oggi ospitato su Europa). La cosa sarebbe più sbrigativa e semplice se il Pd affermasse che considera avversari a tutti gli effetti Grillo e la sua concezione autoritaria e intollerante della convivenza civile.
Il massimo poi sarebbe aggiungere che Grillo non viene dal nulla – come Di Pietro del resto – e che purtroppo un germe illiberale alligna da decenni nel corpo della sinistra italiana, e che il Pd era nato tra l’altro proprio per debellarlo. Ma sono cose che si scrivono sui giornali: sarebbe stato meglio farne per tempo oggetto di battaglia culturale, anche a rischio di pagare dazio.
A proposito, l’editoriale pubblicato ieri da Europa («Un partito figlio di nessuno ») è stato apprezzato, da tanti simpatizzanti, quadri e militanti ma anche da importanti dirigenti del Pd, il che colpisce perché non vi si risparmiavano critiche alla leadership del partito. L’impressione è che ci sia un senso autocritico di inadeguatezza: fatto consolante per l’onestà intellettuale delle persone, ma inquietante per le sorti del Pd.
Ci siamo interrogati su chi fra i candidati potrà raccogliere lo scontento e dargli una risposta adeguata. Tralasciamo per ora il candidato Marino.
Un po’ perché recentemente s’è reso responsabile ai nostri occhi proprio del contrario, cioè di aver arrecato un vulnus grave, superfluo ed evitabile alla già debole autostima dei democratici. E un po’ per il motivo opposto, cioè perché il suo presentarsi come homo novus gli risparmia una fatica che invece è obbligatoria per Franceschini e per Bersani: quella di doversi confrontare col passato remoto e recente e con le proprie esperienze di dirigenti.
Se la domanda che sale è «ridateci un partito vero», Bersani è senza dubbio il primo che si fa avanti.
Avendo colto per tempo il disorientamento, l’ex comunista emiliano ha le carte in regola per incarnare la risposta. E infatti «il partito vero» è di gran lunga il suo asset principale.
Se fossimo attivisti politici di lungo corso, ex diessini poi, l’attrazione sarebbe inevitabile.
Bersani però rischia di essere involontariamente e doppiamente ingannevole, proprio verso questi suoi supporters naturali.
In primo luogo perché è ingannatrice la nostalgia del forte partito di massa, autorevole e radicato nel territorio, che lui evoca. Piuttosto che consentire di accarezzare quell’amarcord, Bersani dovrebbe riaprire il dossier di un fallimento storico.
Della fine nient’affatto gloriosa di una tradizione, una prassi e un modello che adesso appaiono tanto desiderabili.
Gli ultimi anni del Pci- Pds-Ds sono da questo punto di vista anni tristi, Bersani lo sa bene e lo sanno i dirigenti come lui che decisero che quel tipo di partito era irrecuperabile, e vollero abbandonarlo.
Sezioni vuote, tesserati ed elettori in calo: questa è l’ultima istantanea dell’ultimo partito di massa, radicato nel territorio e dall’identità ben distinguibile.
Chiaro che, interpellato sul punto, Bersani negherà sempre di voler tornare a quella storia lì. Sarà però più credibile se spiegherà come si fa a non rifare gli stessi errori, a non tornare a ripiegarsi su se stessi e sulle proprie certezze.
Quello poi – chiedere a D’Alema – era il partito dei figli di un dio minore. Coloro che per definizione, essendo di sinistra quindi di minoranza, non potevano aspirare in prima persona alla guida del paese, potendo proporsi al massimo come azionisti di una società presieduta da altri. Qui c’è il secondo rischio di inganno bersaniano: se il suo Pd rifluisse verso quello schema sia come linea politica («di sinistra») che come assetto del sistema politico (coalizione tipo Ulivo), la prima cosa che il nuovo segretario dovrebbe fare sarebbe indire un concorso per assumere il Prodi del Terzo millennio.
Parabola amara, tanto più se intenzionale.
Di restituire onore e autostima al Pd, Franceschini si dovrebbe occupare in verità più come suo segretario attuale, come ha cercato di fare da febbraio, che come candidato.
Ma abbiamo capito che ormai, e per mesi, il Pd sarà quasi acefalo.
Buon per Berlusconi.
Anche il successore di Veltroni ha un problema con un passato che non è stato fin qui capace di spiegare bene. Non è un passato remoto come quello di Bersani, è un passato recente, ma proprio per questo le ferite bruciano di più.
Franceschini non può accontentarsi di dire che il Pd non ha funzionato per colpa di chi l’ha sabotato: questo è un argomento venato di paranoia che già irrita se lo ripropone Veltroni, ma non ha alcuna forza se lo si pone a base della ricostruzione.
Se il problema fosse solo nei sabotatori, avrebbe ragione D’Alema a sospettare che la soluzione finale di Franceschini consista nell’eliminazione fisica sua e di tutti i tesserati di Red.
Viceversa, l’inconsistenza del Pd risiedeva in una struttura leaderistica affidata a un leader poco disposto a decidere, incapace di far fruttare un consenso personale – quello delle primarie – senza precedenti nella storia dei partiti europei. Visto che di gente più tosta di Veltroni all’orizzonte non ce n’è, nessuno mai più riceverà un bonus di tre milioni di voti e per di più Franceschini vuole continuare a fare la fila alle poste come i comuni mortali (e questo prende tempo), il candidato dovrebbe spiegare meglio la sua governance di partito.
A stare alle anticipazioni del suo programma (fornite a uno dei giornali di area, il Foglio), l’idea non è ancora netta. Quanto alla famosa vocazione maggioritaria, s’è capito che essa può sopravvivere solo se applicata a un Pd modello «Grande Ulivo», una sorta di contenitore progressista a guida riformista. Pare un’idea estrema, in realtà sarebbe il ritorno alla geometria immaginata alle origini da Prodi.
Certo, ci vorrebbe coraggio per andare al congresso con una simile proposta. Ma diventerebbe un congresso vero. Di cui andare orgogliosi, a proposito di autostima.
Tag: bersani, grillo, partito vero