25 novembre 2009 - Inserito da: Gilberto Quiri

Ma se il centrosinistra non riuscirà a parlare…

Prosegue, con un articolo di Linda Lanzillotta, su Europa, la riflessione a valle della scelta di Rutelli.
Questo non è il vero Pd
Europa 24nov09

Paolo Gentiloni si è chiesto, nei giorni scorsi, se sia stato puro velleitarismo ritenere, come tanti di noi hanno fatto negli ultimi quindici anni, che la politica italiana e in particolare il centrosinistra fossero pronti a realizzare la rivoluzione culturale che il progetto del Partito democratico richiedeva. Io non lo credo; la sfida non era impossibile.
Certo non lo era quando questo grande sogno ha preso il via ma lo è diventato man mano che si è andata spegnendo la spinta al cambiamento partita con l’89 e rimasta viva e creativa fino al 1998. Il Pd non era un espediente per far sopravvivere alcuni spezzoni dei partiti travolti dalla crisi della prima repubblica e dalla caduta del Muro di Berlino. Il Pd era il tentativo di rigenerare le idee e la visione dei progressisti e di dare rappresentanza politica ai ceti che emergevano dalla rivoluzione tecnologica e terziaria della nostra economia, dalla crisi della grande industria e del sistema pubblico e parapubblico. Una rivoluzione culturale che, dopo la caduta del muro e di tutti gli altri muri travolti dalla globalizzazione, richiedeva di mettere in discussione antichi insediamenti sociali, consolidate certezze, tutele tradizionali e antichi diritti per fare irrompere nella rappresentanza sociale e politica i nuovi protagonisti, coloro che talvolta silenziosamente ed in modo invisibile realizzavano una mutazione profonda dell’organizzazione produttiva, economica e sociale dei grandi paesi occidentali.

Ceti e gruppi sociali, nuovo sistema di imprese piccole e medie, lavoratori flessibili, realtà in parte create in Italia da politiche innovative poste in atto dallo stesso centrosinistra ma di cui poi paradossalmente era proprio il centrosinistra a non riuscire a cogliere e a interpretare i nuovi bisogni (pensiamo, ad esempio, ai contratti flessibili introdotti dalla legge Treu e alla conseguente necessità di rinnovare profondamente il sistema previdenziale).
Noi, quando potevamo evitarlo, abbiamo trasformato la flessibilità in precarietà preferendo di finanziare lo scalone piuttosto che gli ammortizzatori sociali; noi abbiamo impoverito i ceti medi con politiche fiscali ideologiche; noi abbiamo rinunciato a guidare riforme amministrative dalla parte dei cittadini cedendo alla pressioni corporative ora dei sindacati ora degli amministratoti locali.
I cambiamenti in atto nel paese si vedevano bene nelle grandi città, osservatorii privilegiati di trasformazioni urbane che erano il portato della rivoluzione del sistema produttivo. E non a caso era dai sindaci che nei primi anni Novanta nasceva la spinta a realizzare nuovi schemi politici capaci di dare voce alla tumultuosa innovazione sociale che avveniva sotto i loro occhi.
Non si trattava dunque di quella riduttiva visione del Partito democratico concepita come la fusione tra culture cattoliche-democratiche postdemocristiane e culture ex o postcomuniste, ma di partire da quelle storie che in Italia avevano avuto traduzioni politiche molto diverse rispetto al resto d’Europa (il più grande partito comunista occidentale mai divenuto socialdemocratico, una grande Dc interclassista egemone e senza ricambio per cinquant’anni) per innestare nella politica italiana la cultura liberaldemocratica, un moderno ambientalismo, la cultura delle tecnologie dell’informazione portatrici della globalizzazione.
Un mix culturale, postideologico, per costruire una nuova idea di futuro capace di orientare un paese spaventato dai cambiamenti prodotti dall’immigrazione, dall’obsolescenza dei saperi, dalle nuove insicurezze, e di valorizzare le energie positive di un’Italia dotata di grandi risorse e di eccezionali talenti.
Ma questa appassionante sfida per l’innovazione della politica progressista è stata non solo non condivisa ma, in modo più o meno esplicito, derisa quando non ridicolizzata da buona parte delle forze via via confluite nelle varie forme assunte dalla aggregazione degli spezzoni di soggetti storicamente rinvenienti dalla crisi dei partiti della prima repubblica poi confluenti e mutanti nei vari Pds-Ds-Ppi-Margherita- Ulivo-Pd; forze il cui obiettivo costante che ha segnato la nascita e, di volta in volta, il fallimento dei nuovi soggetti politici è stato quello non di generare qualcosa di profondamente nuovo in termini di valori, di progetto, di classe dirigente, di base sociale, ma di preservare le antiche identità, organizzazioni e strutture per proiettare sul futuro il potere detenuto nel passato.
Senza accorgersi che intanto, in nome di questo miope conservatorismo, si lasciava campo libero al centrodestra, alla Lega ma anche a Berlusconi, nella rappresentanza, prima confusa e protestataria ma poi sempre più inserita in una visione organica e valoriale (Tremonti) dei bisogni dei nuovi ceti sui temi della modernizzazione: dal fisco alla burocrazia, dall’innovazione alla legalità, dal mercato al welfare.
Sono queste le “ragioni strutturali” del fallimento del progetto. E le scelte e gli errori che hanno segnato le tappe di questo fallimento sono state la conseguenza di questo vizio d’origine. Il non riuscire a staccarsi dal collateralismo con sindacato e soggetti economici tradizionalmente legati al Pci, la rinuncia a portare e a guidare in Europa, insieme alle forze liberali e ambientaliste, la battaglia per l’innovazione del campo progressista segnato dalla crisi irreversibile della socialdemocrazia (e la amara sconfitta della candidatura di D’Alema conferma quanto sia stato inutile questa sciagurato compromesso) , l’opzione per un partito “solido” che, nei territori, impedisce un rinnovamento della classe dirigente che dia discontinuità e credibilità al Pd sul piano della legalità e del buongoverno, l’alleanza elettorale con Di Pietro che nell’illusione di accorciare i tempi della lunga marcia del Pd lo ha schiacciato nella rincorsa al radicalismo giustizialista impedendogli di sviluppare il lavoro di costruzione della sua identità programmatica; un lavoro che invece sarebbe dovuto essere il grande cantiere di questa legislatura il cui esito elettorale nell’aprile del 2008 non poteva che essere segnato.
E invece dall’aprile 2008 è stata impressionante la povertà della elaborazione del Pd sui temi della crisi, della riorganizzazione dell’economia globale, della governance internazionale, di una ridefinizione del rapporto tra stato e mercato che non fosse il puro ritorno a vecchie ideologie, delle riforme strutturali per un’Italia che si ritroverà con tutte le sue fragilità.
Certo che di un Pd ci sarebbe bisogno. Ma evocarlo non basta a renderlo reale. Dire, come è giusto, che nessuno si può chiamare fuori da questa sconfitta non modifica la realtà. E soprattutto non modifica il fatto che Bersani ha vinto su una linea di abbandono del progetto del Pd e di esplicita restaurazione dell’antico: in termini di cultura politica, in termini di rappresentanza sociale e di interessi, in termini di modello di partito, in termini di adesione al socialismo europeo.
In verità tra coloro che non hanno appoggiato Bersani pochi contestano questi argomenti; tuttavia rivendicano la possibilità di continuare la battaglia per il Pd dentro il Pd in nome della presunta identità plurale del partito testimoniata dalla conquistata gestione plurale del partito. Ma, attenzione.
Identità plurale non significa giustapporre le culture di provenienza ripartendo col bilancino gli incarichi di partito tra le diverse “aree” o correnti; identità plurale significa la capacità di un partito di esprimere una propria visione che sia l’amalgama delle diverse identità non più riconoscibili singolarmente ma tutte ricompresse e percepibili perché fuse in un nuovo progetto, come tale attraente e convincente per vecchi e soprattutto nuovi elettori. La mozione di Bersani e il suo discorso di insediamento hanno esplicitamente (e legittimamente) archiviato questa idea di Pd. E allora bisogna prenderne atto con realismo e responsabilità, anche se con sofferenza e rimpianto. Per chi intende la politica non come testimonianza o protesta ma come strumento per governare il paese e incidere sulla qualità della vita dei suoi cittadini e sul futuro delle nuove generazioni è doveroso avere la consapevolezza che con il 30 per cento dei voti, rappresentativo sul piano parlamentare della sinistra del paese e dipendente sul piano dei numeri e delle alleanze da una forza giustizialista come l’Idv non si arriverà a vincere o se ci si arrivasse si fallirebbe per l’ennesima volta la missione della modernizzazione e dell’innovazione economica e sociale dell’Italia replicando gli effetti perversi di quel bipolarismo lacerante che ha sfibrato il paese.
Occorre ricominiciare a parlare a quei milioni di elettori che sono la parte più vitale del paese, il cuore pulsante che vive da protagonista i cambiamenti in atto e chiede, allo stesso tempo, soluzioni pragmatiche per l’oggi e un orizzonte positivo per il futuro.
E questi milioni di elettori, come Gentiloni grande esperto di flussi elettorali ben sa, scomparsa la Margherita e fallito il secondo governo Prodi, non hanno più guardato al centrosinistra come a un interlocutore credibile. Non sono questi gli elettori che fanno crescere il Pd nei sondaggi ma quelli che (e lo conferma Ilvo Diamanti), come Folena, Mussi, Angius e tanti altri, ritornano alla vecchia casa della sinistra dove ora, dopo l’ubriacatura democratica, ci si può sentire di nuovo a proprio agio. Ma se il centrosinistra non riuscirà a parlare di nuovo al cuore vitale del paese, a quei milioni di cittadini che gli hanno voltato le spalle vorrà dire che, per un periodo molto molto lungo, avremo consegnato l’Italia al centrodestra nonostante la sua palese inadeguatezza a guidare un grande paese come il nostro.
Il senso della mia scelta e delle mie future battaglie è tutto qui: contribuire a creare le condizioni e gli strumenti perché ciò non accada.

Linda Lanzillotta

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