Noi, i barbari
Riprendo alcuni passaggi per me significativi di uno scritto di Anna Casella che già ha contribuito al nostro portale con riflessioni su stranieri, integrazione … e lega.
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Chi può imporre la sua verità impone “la” verità.
Il discorso politico si costruisce oggi dando libero corso a modi di vedere, di sentire, di parlare che erano tabù fino a qualche decennio fa.
C’era un “non detto” e un “non dicibile” (magari anche un po’ ipocrita) che non entrava nel linguaggio della politica, un “politicamente corretto” che non permetteva ad esempio, di mettere in discussione l’eguaglianza, di chiamare bingo bongo i neri…..
Uno poteva anche sentirsi a disagio davanti agli stranieri o agli zingari ma mai si sarebbe vantato di essere razzista.
Oggi lo fa. E trova chi gli dà ragione. Anche ad alti livelli, anche sui giornali, alla televisione. Anche in Parlamento.
Ci domandiamo abbastanza quanti “imprenditori di odio” esistano e “lavorino” oggi in Italia? Dove siano?
Un cartello con una bella bambina bionda e la scritta “Sì ai bambini padani” è già razzismo.
Soft, gentile e accattivante ma opera con criteri razzisti per un progetto politico. E se nessuno della comunità, neanche il parroco, interviene per dire che non va bene, è già complicità.
Il conoscente che, gentilmente argomentando, mi dice che i Rom e i Sinti vanno allontanati perché “sono fuori dalle regole democratiche” fa ideologia, perché la delinquenza non è genetica. Aderisce, che ne sia cosciente o no, ad un progetto politico nel quale le culture sono inevitabilmente nemiche. Ora, ammoniva il filosofo Karl Popper, che di società aperta se ne intendeva, non tutti i discorsi possono circolare liberamente nell’arena pubblica. La democrazia non li sopporta tutti: alcuni, al contrario, non hanno diritto di cittadinanza.
Il razzismo è una “proposta culturale vantaggiosa”. Prendermela con gli stranieri non è (non è più, oggi, dopo decenni di storia di migrazione) una questione psicologica, vagamente legata al disagio, o alla paura che mi provoca l’incontro con l’Altro che mangia, si veste, prega in maniera diversa da me. Forse poteva essere vero dieci anni fa, non oggi. Non è vero che gli stranieri ci fanno paura. È vero che ci danno fastidio. E la cosa è ben diversa. Allora prendermela coi neri può voler dire pensare che, senza di loro i miei figli avranno una scuola “migliore” perché fatta di soli bianchi; può voler dire che spero di avere meno concorrenti nella distribuzione dei benefici sociali…e via dicendo.
Quindi? Siamo diventati barbari perché abbiamo sottovalutato il “male” che c’è, che è al fondo di ogni società, e lo abbiamo lasciato fluire indiscriminatamente, nei discorsi, nelle barzellette, nei manifesti, pensando che questo non avrebbe prodotto i suoi effetti nefasti. Siamo diventati barbari perché abbiamo lasciato che il risentimento (quello coltivato nella “taverna balcanica”) diventasse progetto politico.
Forse, se torniamo a parlare di “bene comune”, di etica, magari non risolveremo il problema del male che è in noi e nelle nostre comunità, ma potremmo tenerlo a bada. Etnocentrismo critico e coltivazione delle virtù civiche. E troveremmo magari, negli stranieri, degli alleati. Che ci insegnano anche qualcosa.
Tag: immigrazione, razzismo, sinti, stranieri