19 novembre 2009 - Inserito da: Gilberto Quiri

Non è sicuramente questo ciò a cui puntano gli ex popolari…

Commento della vicedirettrice di Europa all’articolo di ieri di Paolo Gentiloni.
L’effetto Rutelli e gli ex dielle

Europa – 18 novembre 09

In un articolo bello e onesto, Paolo Gentiloni ha spiegato ieri su Europa le ragioni per cui, pur avendo perso il congresso, non ritiene perduta la battaglia nel Pd.
Ovviamente, Gentiloni nutre perplessità sulla linea politica che ha prevalso, avendone sostenuta un’altra. Ma a Rutelli, ricordando anni di impegno comune per un Partito democratico diverso da quello cui punta Bersani, spiega che non è un’illusione pensare di continuare a battersi nel Pd in nome di quell’idea, e che il traguardo di quel lungo cammino non era la costruzione del “centro”, ma la possibilità di competere con la classe dirigente ex comunista nel campo del centrosinistra in nome del pluralismo culturale, non per amore di competition ma come fonte di forza e di stabilità per quel campo.

Argomenti convincenti, anche se a mio avviso un tantino riduttivi. Non credo infatti che un partito conti solo per chi lo guida, e penso che il pluralismo culturale sia una risorsa comunque, al di là della legittima ambizione alla leadership. Ma proprio nell’argomento di Gentiloni c’è un’onestà che va sottolineata: competere, infatti, significa anche mettere in conto che qualche volta la leadership possa finire in mano a coloro coi quali si compete, senza che questo di per sé comprometta la forza del progetto in cui si crede.
Anzi, al contrario: se i democratici di provenienza non diessina avessero voluto avere la leadership assicurata, avrebbero avuto più convenienza a mantenere lo schema Ds-Margherita, con l’implicito corollario che quella coalizione di partiti dovesse essere guidata per forza dal centro.
Con il partito unico, era evidente, tutti ripartivano alla pari, tutti erano legittimati a guidare. È uno dei motivi per cui il Pd è nato, portando a termine una lunga transizione. E gli ex margheritini lo sapevano bene. Per questo i tempi, almeno, della scelta di Rutelli, non convincono.
Non si può uscire perché ha vinto un uomo della sinistra. Ma il punto che qui interessa è che il fatto che abbia vinto un uomo della sinistra non basta neanche a giustificare la preoccupazione circa lo “spirito originario” a rischio di dissolvenza.
Da qualche giorno, i big di “Area democratica” vanno ribadendo e amplificando questa preoccupazione. Lo ha fatto uno come Piero Fassino – non certo sospettabile di diffidenza verso la sinistra italiana – in direzione, lo ha fatto ripetutamente Beppe Fioroni, lo ha ripetuto ieri mattina in un’intervista a Red tv Pierluigi Castagnetti, e con loro molti altri. Non è tanto la scelta di Rutelli, si ripete invitando Bersani a «farsi carico» di ciò che si sostiene, quanto il rischio che essa venga «percepita » come la fine del progetto, e il ritorno del Pd nel solco della socialdemocrazia, che allontanerebbe parti di elettorato. Tutto giusto, intendiamoci. Ma viene un dubbio.
E il dubbio è che anche questo insistere metta in crisi il progetto, forse più di quanto rischi di farlo la decisione presa da Rutelli. Se è una questione di «percezione » e non di reale portata del fatto, non aiuta a limitare la percezione che quella decisione venga evocata continuamente come fonte di un terribile pericolo, amplificando a sostegno di questa tesi fatti di portata oggettivamente limitata come l’iscrizione al Pd (iscrizione al Pd, non cooptazione nel gruppo dirigente!) di personalità come Gavino Angius o Pietro Folena con le quali si è convissuto serenamente per anni dentro l’Ulivo. Non è forse anche il loro ritorno un segno di crescita e di capacità di inclusione del Pd? A meno che il rischio, invece, non sia reale. A meno che non si tratti di una questione di percezione, ma ci sia negli atti politici di Bersani qualcosa che giustifichi l’allarme. Ma allora non si capisce perché quell’allarme non venga dato più chiaramente, circostanziando le critiche al nuovo segretario in termini di linea politica o di scelta delle persone. Diversamente, viene il dubbio che l’Area democratica, e i popolari in particolare, rischino una curiosa eterogenesi dei fini e siano loro a legittimare una decisione, quella di Rutelli, che affermano di ritenere non condivisibile, e a provocare quella disaffezione dell’elettorato moderato che tanto dicono di temere.
Facendo di Rutelli l’antesignano di un destino che dovrà compiersi per tutti.
Non è sicuramente questo ciò a cui puntano gli ex popolari e gli altri esponenti di Area democratica, che tutti molto hanno scommesso sul progetto di un Pd plurale, inclusivo e moderno.
Sarebbe una vera beffa quindi se finisse così, soprattutto per loro.

Chiara Geloni

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