7 ottobre 2010 - Inserito da: Gilberto Quiri

NUOVO STATUTO DEI LAVORATORI: ICHINO INTERVIENE SU SACCONI

mi pare degno di nota questo intervento di ICHINO sull’unità a proposito di Sacconi e della incapacità del nostro governo a gestire il tema del rinnovo dello statuto dei lavoratori.

CON UNA LETTERA A SINDACATI E IMPRENDITORI IL MINISTRO DEL LAVORO TROVA IL MODO PER RINVIARE SINE DIE IL DISCORSO SULLO “STATUTO DEI LAVORI”: LA SUA PRESENTAZIONE IN PARLAMENTO E’ RINVIATA… A QUANDO I DESTINATARI DELLA LETTERA SI SARANNO ACCORDATI SUL SUO CONTENUTO

Articolo pubblicato su l’Unità del 4 ottobre 2010

Ricordate la rubrica del Bertoldo intitolata “La Vedova scaltra”? Ogni settimana una vignetta presentava la vedova falsamente rassegnata a tornare al Creatore, che lo pregava così: “Fatemi solo vedere il giorno in cui tutti pagheranno le tasse, poi sono pronta a ricongiungermi al mio adorato marito”; oppure “Possa io solo vedere il giorno in cui le Poste torneranno a funzionare, poi sono pronta a lasciare questo mondo”. L’auspicio del nostro ineffabile ministro del Lavoro è lo stesso: “fatemi solo vedere l’accordo tra le parti sociali sul contenuto del nuovo Statuto dei lavori, e sarò pronto a presentarlo in Parlamento”.


Intendiamoci bene: che la legislazione del lavoro debba rispecchiare gli equilibri espressi dal sistema delle relazioni industriali e rispettare l’autonomia della contrattazione collettiva è principio sacrosanto (e Dio sa quanto sistematicamente violato nell’ultimo quarantennio). Ma quando il tema all’ordine del giorno è il disboscamento di una giungla legislativa ormai divenuta impenetrabile e una profonda riscrittura del diritto del lavoro, il compito di un ministro del Lavoro che si rispetti  è, sì, di stimolare l’accordo in proposito tra le parti sociali, ma anche di prepararlo con proposte equilibrate e ben costruite. Nella totale assenza di queste, il puro e semplice rinviare l’iniziativa legislativa a quando le parti sociali si saranno accordate in proposito – come ha fatto Sacconi mercoledì scorso – è solo una trovata mediatica per nascondere la propria inerzia o incapacità.
Questa trovata fa seguito a una serie di rinvii che, effettivamente, era diventata a dir poco imbarazzante. Sacconi aveva annunciato il suo Statuto dei lavori come imminente una prima volta subito dopo le elezioni, nella primavera 2008. Poi era tornato ad annunciarlo nel Libro Bianco del maggio 2009. Nel settembre 2009, quando 55 senatori Pd presentatavano alla stampa i disegni di legge n. 1872 e 1873 per il nuovo Codice del Lavoro semplificato, il ministro aveva annunciato che il suo progetto, ormai in fase avanzata di elaborazione, sarebbe stato presentato entro la fine dell’anno; ma a Natale non se ne era vista neppure una prima bozza. A gennaio 2010, a chi gli chiedeva perché non fosse stato ancora presentato, il ministro era tornato a prometterlo per “subito dopo le elezioni regionali”; ma a maggio ancora non ce n’era traccia. Nell’editoriale del 2 agosto scorso per la Newsletter n. 114 di mio sito (rileggerlo presenta forse qualche spunto di interesse) denunciavo l’ennesimo rinvio: questa volta alla fine del 2010.
Ora la fine dell’anno si sta avvicinando pericolosamente, e il ministro del Lavoro, che è persona previdente (non per nulla ha anche la competenza per la Previdenza sociale), comincia a percepire l’improponibilità di un ennesimo rinvio alla vecchia maniera, cui sarà immancabilmente costretto. Ed ecco la trovata: mercoledì scorso egli scrive alle associazioni sindacali e imprenditoriali una bella letterina, nella quale le invita alla “ricerca di intese o avvisi comuni” per la riforma del nostro diritto del lavoro. Qualcuno potrebbe chiedersi che cosa abbiano fatto, su questo terreno, gli esperti del ministero nei due anni e mezzo trascorsi dal primo annuncio: tutto qui? No: il frutto del loro lavoro è evidenziato dalle precise indicazioni contenute nella stessa lettera alle parti sociali: il nuovo provvedimento legislativo dovrà contenere “un Testo unico del lavoro di carattere innovativo”. Caspita! Questo sì che è parlar chiaro. Ma gli esperti del ministero si sono spinti anche oltre. Nella lettera si aggiunge che il nuovo testo unico deve contenere l’individuazione “di semplificazioni, abrogazioni e ri-regolazioni”. Quali complessi studi e ricerche saranno stati necessari per giungere a questa sorprendente conclusione?
Ora, comunque, la rotta è finalmente chiara. E a gennaio il ministro non avrà più l’imbarazzo di dover giustificare l’ennesimo rinvio. Potrà limitarsi a dire: “ho invitato le parti a indicarmi i contenuti di un Testo unico di carattere innovativo, ho anche chiarito loro che ci dovranno essere semplificazioni, abrogazioni e ri-regolazioni. Che cosa volete di più da me? Adesso se la sbroglino loro e non prendetevela con il Governo se lo Statuto dei lavori ritarda: è colpa loro, che perdono tempo senza accordarsi”.
Bravissimo! Così si fa.

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1 Commento in “NUOVO STATUTO DEI LAVORATORI: ICHINO INTERVIENE SU SACCONI”

  1. Celso1000 Says:

    Verso il nuovo statuto dei lavori “Liberare il lavoro per liberare i lavori”. Viviamo in un momento storico caratterizzato dall’incertezza e della discontinuità. Oggi i lavori sono “tanti” ed è doveroso proteggere, oltre che i lavoratori dipendenti, anche quelli indipendenti caratterizzati da debolezza socio-economica. Confronto di discussione, che servirà a formulare ipotesi condivise di riforma del settore, mirando alla ripresa e a “produrre lavori di qualità”, non dimenticando mai l’obbiettivo primario quella che io chiamo “antropologia positiva” che vuol dire innanzitutto avere fiducia nella persona e nelle sue proiezioni relazionali, dalla famiglia alle imprese ai corpi intermedi, e nella sua attitudine a potenziare l’autonomia capacità dell’altro. L’esatto opposto di quell’antropologia non evoluta ex comunisti e, quindi, sulla malafidenza verso le persone che non la pensano come loro. Ereditiamo da loro uno stato pesante e invasivo che conosciamo e che vogliamo cambiare. La prima è quella relativa alla promozione del valore, anche economico, della vita dal concepimento alla morte naturale. Il riconoscimento, anche enpirico, della ricchezza e dell’unicità della persona consente di individuarne l’attitudine alla socialità. E ciò conduce ad assegnare alla famiglia e a tutti i corpi intermedi il giusto rilievo per la coesione della società. Ciò comporta la realizzazione diffusa della pratica del principio di sussidiarietà secondo il quale lo Stato, le amministrazioni pubbliche centrali e locali, operano per sollecitare il libero gioco delle aggregazioni sociali. E ancor più nelle nuove condizioni prodotte dalla crisi, la crescita deve essere sostenuta non tanto dalla leva della spesa pubblica quanto dalla vitalità delle persone, delle famiglie, delle imprese, e delle forme associative. Si tratta insomma, di stimolare una sorta di rivoluzione nella tradizione quale risultato di comportamenti istituzionali, politici e sociali coerenti con la visione di “meno Stato, più società”. E’ comunque la collaborazione tra governo e popolo, tra istituzioni e corpi intermedi, la fonte fondamentale dello sviluppo economico e civile del Paese. Liberare il lavoro significa esattamente liberare i lavori. Vale a dire, incoraggiare nelle imprese l’attidudine ad assumere e a produrre lavori di qualità. A cogliere ogni opportunità di crescita, ancorchè incerta. A realizzare attraverso il metodo della sussidiarietà orizzontale e verticale, e quindi il flessibile incontro tra le parti sociali nei luoghi più prossimi ai rapporti di lavoro, le condizioni per more jobs, better jobs. Il mio sogno che si arrivi presto ai fini del passaggio dallo Statuto dei lavoratori allo Statuto dei lavori, è capire l’idea ispiratrice. Vorrei che rivivesse lo Statuto dei lavoratori nella realtà che cambia. Una parte del nuovo Statuto, attinente ai diritti fondamentali della persona e del lavoro, deve restare ferma come norma inderogabile di Legge. UN’altra parte, attraverso la contrattazione collettiva, si adeguerà meglio alle diverse condizioni e situazioni, così da rendere più efficaci quelle tutele. Il vecchio Statuto, che pure quarant’anni fa il nostro Paese la visse come una grande conquista, è stato costruito per un’Italia che oggi non c’è più e per un’ economia fordista, della grande fabbrica e delle produzioni seriali. Oggi i lavori sono “tanti” ed è doveroso proteggere, oltre che i lavoratori dipendenti, anche quelli indipendenti caratterizzati da debolezza socio-economica.Quell’accordo rappresenta senza dubbio unam svolta, come a suo tempo avvenne per la scala mobile. Il referendum di giugno 2010, e quello di gennaio 2011, così come quello per l’accordo di S.Valentino del 1985, ha chiesto ai lavoratori di dare il proprio consenso a scelte difficili. E anche questa volta i lavoratori hanno scelto con lungimiranza. E segna una svolta nel metodo più che nei contenuti, che dipendono in larga misura dalle singole realtà aziendali locali. Ma il caso dei due referendum sono innovativi nel metodo e resterà come pietra miliare nelle relazioni industriali. Meno Stato più società. Come diceva il Prof. Marco Biagi, “ non c’è incentivo finanziario che possa compensare un disincentivo regolatorio da norme o da contratti”. Solo i lavoratori e le loro Organizzazioni possono determinare quella produttività che garantisce il ritorno dell’investimento.
    Celso Vassalini.
    Brescia gennaio 2011.

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