12 giugno 2009 - Inserito da: Anna Casella Paltrinieri

Perché vince la Lega

Ci sarà tempo per fare una analisi seria e distaccata del voto per le europee e di quello per le amministrative. Molti saranno gli schemi e le teorie utili a spiegare l’avanzata irresistibile di una Lega che, mettendo in campo i temi della sicurezza, della lotta alla immigrazione clandestina, della legalità, miete successi in tutto il Nord e anche, ormai, nelle regioni che sembravano inattaccabili.

Provo a proporre una mia teoria, frutto di riflessioni che da tempo faccio su questo partito, ormai il più vecchio tra quelli che compaiono in Parlamento.

Registro, anzitutto (come molti hanno già fatto notare) che la Lega non solo ha ereditato lo stile dei vecchi partiti popolari, fatto di contatto con la gente, di presenza nei circoli e nelle osterie, ma ha ripreso temi culturali un tempo saldamente presidiati dalla sinistra. Tra i tanti, ad esempio, tutta la riscoperta e lo studio della tradizione popolare: il recupero del dialetto, lo studio delle forme culturali del popolo, la tradizione musicale e fabulistica, la stessa tradizione culinaria locale, la religiosità popolare. Temi che, dal secondo dopoguerra in avanti, hanno interessato intellettuali di sinistra, eredi della impostazione gramsciana che vedeva il folclore e la tradizione popolare come una espressione culturale contrapposta a quella della borghesia. Intellettuali, per citarne uno della nostra terra, come Gianni Bosio, che tracciava il ritratto della comunità di Acquanegra presentandone le vicende politiche e l’evoluzione economica in seguito alla introduzione del trattore. Questi temi costituiscono oggi gli argomenti sui quali la Lega fonda la propria identità di “nazione” alternativa (le frontiere celtiche) a quella italiana. Ma è chiaro che le categorie interpretative sono profondamente cambiate: non più le categorie marxiste della cultura di classe, della contestazione popolare e della coscienza liberata. Piuttosto, invece, le “radici” della tradizione, il riscatto possibile, il recupero di una dimensione di “mondo vitale” precedente e alternativo all’astrattezza del politico. La comunità, il “locale” contro lo stato e la società anonima. Non sembri strano il riferimento ad argomenti come la tradizione popolare, che hanno poco diritto di cittadinanza in un discorso politico. Infatti, il recupero del dialetto, delle feste popolari, persino della tradizione religiosa, interpretata come “cultura”, l’insistere su una Europa “dei popoli” di contro alla astrazione della società mondiale globalizzata, costituisce lo sfondo sul quale la Lega propone la sua idea di società monoculturale e separatista, e di “popolo” alternativo allo stato centralizzato. Il fatto è che la gente ha continuato in questi anni a parlare dialetto, a riferirsi, piuttosto che allo stato lontano e burocratico, alla propria comunità locale, al proprio mondo vitale. E, dunque, di fronte ad un mondo sempre più complesso e incomprensibile, è particolarmente sensibile al richiamo di un modello di collettività nel quale i riferimenti sono certi, condivisi, solidi.

Un altro aspetto va rilevato: la ritualità ripetuta, ostentata, dei cerimoniali leghisti. È di qualche settimana fa il “giuramento di Castiglione” nel quale il popolo leghista si è impegnato ad ostacolare la costruzione della moschea in quel comune. Ritualità che noi guardiamo sempre con un senso di malcelato disprezzo, pensandola frutto di ingenuità, mentre andrebbe piuttosto vista come una raffinata operazione antropologica, tentativo di fondare un discorso politico sul simbolismo e, comunque, straordinario strumento di costruzione di cultura condivisa.

Ma l’opera di trasformazione dei discorsi e delle pratiche messa in atto dalla Lega in questi anni (ormai più di due decenni) non finisce qui. Concetti che sono stati prodotti come strumenti per la comprensione tra i popoli sono dalla Lega ribaltati ed utilizzati al fine di distinguere, separare e contrapporre. Termini come “cultura”, “identità culturale” sono utilizzati per sostenere, ad esempio, l’impossibilità di una convivenza pacifica tra popoli o per avvicinare esperienze tra di loro molto distanti come il rinascere delle formazioni identitarie in Europa e la lotta di liberazione dei popoli aborigeni. Non stupisce vedere esposta nei gazebo della Lega la bandiera del Tibet: e infatti il popolo leghista pensa di poter stabilire una identità tra la propria “lotta” per il riconoscimento del popolo lombardo (o celtico, che sia) e quella dei tibetani contro la Cina. Un apparentamento che ci imbarazza e mette in crisi (perché l’operazione politica di “inventare” un popolo lombardo, costruito su una identità etnica in gran parte fasulla, non nasconde i tratti della ipocrisia e della prevaricazione violenta nei confronti delle altre configurazioni culturali) ma che appare del tutto legittimo al militante leghista il quale si sente impegnato in una “battaglia di libertà”. Il fatto è che sono proprio questi aspetti, ridicolizzati (come il rituale), sottovalutati (come il riferimento al folclore e all’orizzonte comunitario locale) a fare presa sulla gente che, magari, ha poche conoscenze del dramma tibetano ma comunque pensa di doversi in qualche modo riscattare da una storia della quale non si è mai sentita protagonista. Prima ancora del rifiuto degli stranieri (clandestini o meno), prima ancora della concezione anti islamica, quello che fa presa è, mi pare, l’idea di un legame pre-politico tra le persone di una comunità, prima dello stato e nonostante lo stato. Non è davvero possibile pensare, infatti, che la fortuna della Lega stia nell’offrire un “nemico” al quale opporsi (gli stranieri, i meridionali). È invece su questa concezione “etnica” e sul sentimento che ne deriva che la Lega punta e sopravvive. Su questa differenza “antropologica” dell’uomo del nord (tematica polemica che ha avuto una lunga storia della tradizione intellettuale italiana), sulla “questione settentrionale” (oggi trasformata, mi pare, in questione “occidentale”). Dove porta questa mia riflessione? Tutte le comunità hanno sempre cercato forme di convivenza basate su principi e pratiche: la parentela e la sua estensione, il controllo sociale e l’opinione pubblica, il comune riferimento ad un testo fondante (la Costituzione…). La coesione sociale è però sempre stata anche il frutto del riconoscimento di una tradizione valoriale omogenea. Oggi non è più così. Un mondo variegato, complesso, relativista (nel senso del relativismo culturale e di riferimenti valoriali) richiederebbe una proposta politica capace di fare sintesi e di trovare una piattaforma comune sulla quale costruire cittadinanza. Al contrario, tramontate le ideologie e le utopie politiche, e venute meno categorie interpretative (ad esempio, quella di “classe” di orientamento marxista) riemerge in Occidente una visione “tribalista”. Rinascono le tribù e rinasce l’etnocentrismo, come ben si vede nei risultati delle politiche europee che hanno dato rappresentanza a formazioni xenofobe. Di conseguenza, si legittimano politiche etniche, secondo le quali i diritti di ciascuno non  derivano dall’essere cittadini di uno stato, o, semplicemente, seguendo la Dichiarazione Universale, dall’essere “uomini”  e “donne”, ma piuttosto dalla propria collocazione speciale (ad esempio, essere italiani dà diritto, in Lombardia, alla precedenza nella assegnazione delle case, alla assistenza, alla scuole, laddove questi diritti sono negati a chi non lo è). In questo quadro il razzismo rimane, oggi come ieri, una “proposta culturale vantaggiosa” e il fatto che la Lega se ne serva, pur negandone la versione ottocentesca biologizzante a vantaggio di una visione più culturale, si spiega proprio con l’affermarsi di questa concezione tribale della politica. Una concezione, legittimata e resa “discorso” politico da chi esprime il potere. Come scriveva Foucault, chi è in grado di affermare la propria visione del mondo (il proprio sapere), si manifesta come “potere”. Le istituzioni, i mezzi di comunicazione di massa hanno perciò legittimato, e continuano a farlo, questa maniera di pensare la politica, traducendone le pratiche.

Ma le politiche etniche sono sempre pericolose. Basterebbe ricordare quanto accaduto nella ex Jugoslavia dove l’insistere sulle differenze insanabili e inconciliabili ha prodotto la disgregazione e la guerra. O, più semplicemente, osservare il risorgere di sentimenti anti-italiani nell’Alto Adige, o, infine, considerare l’imbarbarimento progressivo della relazione con le comunità di stranieri che vivono in Italia.

Se ne possono ricavare delle indicazioni per l’azione? Credo anzitutto che avere coscienza di questo complesso quadro permette di affrontare il tema con una prospettiva meno ingenua e stereotipata. Credo anche che questa situazione, quale che sia la lettura che vogliamo privilegiare, ci obblighi ad lettura attenta delle dinamiche locali, quelle che si realizzano nelle piccole comunità, facilmente chiuse ed autoreferenziali. Non è detto che la risposta “tribale” sia l’unica possibile in un mondo reso sempre più complesso da interazioni globali. Ma perché emerga e maturi una teoria più positiva della convivenza sociale, che tenga insieme il desiderio di comunità con la necessità di interagire con la diversità (culturale, politica, religiosa) bisogna che non si sottovalutino i problemi. E, forse, bisogna ripartire da una analisi umile e fattiva del reale.

Anna Casella Paltrinieri

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1 Commento in “Perché vince la Lega”

  1. Marinelli Giovanni Says:

    Per 25 anni ho frequentato per lavoro la Valle Camonica dove ( come nella vicina Valle Brembana) la Lega raggiunge, in alcuni comuni, il consenso del 75% degli elettori. Ho frequentato molte persone e molti sindaci leghisti e (pur essendo un tecnico e non un antropologo) ho ho avuto modi di maturare una mia teoria sul fenomeno leghista che quasi totalmente riconosco in quella sopra espressa da Anna Casella Paltrinieri.
    La tradizione popolare (le fucine di Bienno), il recupero del Dialetto ( a Braone il segretario comunale (meridionale) si avvaleva di un traduttore per redigere i verbali del consiglio comunale), La tradizione culinaria, le feste religiose (la via Crucis di Cerveno), i “pitoti” (le incisioni rupestri di Capo di Ponte) sono elementi strutturanti della “cultura” leghista, unitamente all’ambito orograficamnte ben definito e chiuso della “valle” montana.

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