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	<title>I Democratici &#187; sicurezza</title>
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		<title>DIVIETO DEL BURQA: UN APPROCCIO CONDIVISIBILE</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Oct 2010 08:18:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ilario Gavioli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ieri (6 ottobre) il sottosegretario all&#8217;Interno Mantovano ha illustrato il parere inviato  dal Ministro Maroni alla commissione affari costituzionali della Camera, che sta  esaminando una serie di proposte di legge per introdurre il divieto del burqa.  Corriere della Sera riporta: &#8220;Il governo: vietare il burqa ma senza nominare l&#8217;islam&#8221;.  Il governo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri (6 ottobre) il sottosegretario all&#8217;Interno Mantovano ha illustrato il parere inviato  dal Ministro Maroni alla commissione affari costituzionali della Camera, che sta  esaminando una serie di proposte di legge per introdurre il divieto del burqa.  Corriere della Sera riporta: &#8220;Il governo: vietare il burqa ma senza nominare l&#8217;islam&#8221;.  Il governo suggerisce al Parlamento di disciplinare la materia facendo  riferimento esclusivo a profili di ordine pubblico, in modo da  deconfessionalizzare la legge. Si è deciso quindi di accogliere il parere  espresso nei mesi scorsi dal &#8220;comitato per l&#8217;Islam italiano&#8221;, che aveva  sottolineato come il Corano non citasse mai l&#8217;uso del niqab e del burqa.</p>
<p>Se  ne occupa anche La Repubblica secondo cui il governo ha dato le seguenti  indicazioni ai legislatori: bisogna tener conto della &#8220;considerazione di ordine  pubblico&#8221; secondo cui &#8220;persone travisate in modo da non essere riconoscibili non  possono essere identificate dalle forze dell&#8217;ordine, individuate dai conoscenti  e, se del caso, descritte dai testimoni. La riconoscibilità delle persone deve  essere garantita, tanto più a fronte del rischio internazionale collegato al  terrorismo&#8221;. Ma il governo raccomanda di &#8220;omettere dai testi di legge ogni  riferimento alla religione all&#8217;Islam, limitandosi alla formulazione secondo cui  nel divieto devono da intendersi compresi gli indumenti denominati burqa e  niqab, prescindendo dalle motivazioni che spingono le persone a indossarli&#8221;. Si  suggerisce anche di introdurre norme per cui l&#8217;autorità locale di pubblica  sicurezza può prevedere deroghe al divieto all&#8217;interno di luoghi aperti al  pubblico, che consentirebbe di indossarli dalle moschee.</p>
<p>Questo approccio mi pare interessante e condivisibile. Ci sono obiettive questioni di ordine pubblico in ballo, per esempio la legge potrebbe estendersi ai &#8220;blackblock&#8221; delle manifestazioni noglobal (vedi foto).</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" src="http://www.agoramagazine.it/agora/local/cache-vignettes/L379xH256/black_bloc-9fb21.jpg" alt="" /></p>
<p>E&#8217; evidente che c&#8217;è da parte di tanti il rifiuto del burqa e del niqab in quanto simboli e strumenti della sottomissione femminile. Il permesso di indossarli all&#8217;interno delle moschee mi pare escluda imposizioni statali sulle modalità di culto, fatto salvo però che non confliggano con la nostra tradizione occidentale di diritti civili e con le esigenze di tutti ad un sufficiente livello di sicurezza.</p>
<p>Che ne dite?</p>
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		<title>Sicurezza e immigrazione</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Feb 2010 07:17:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Zaltieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[ESTERNAZIONI]]></category>
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		<description><![CDATA[Immigrazione e sicurezza. Sicurezza per chi? 
Per i nostri territori &#8220;minacciati&#8221; da intrusioni straniere e pericolose o per  povera gente dell&#8217;altra metà del mondo, truffata, sfruttata, mercificata da  insospettabili &#8220;cittadini&#8221; con la speranza vana di un futuro?
Spaventosa la cronaca mantovana di questi giorni. Ma davvero può essere che nei nostri civili territori, si faccia tratta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="border-collapse: collapse; font-family: arial,sans-serif; font-size: 13px;">Immigrazione e sicurezza. Sicurezza per chi? </span></p>
<p><span style="border-collapse: collapse; font-family: arial,sans-serif; font-size: 13px;">Per i nostri territori &#8220;minacciati&#8221; da intrusioni straniere e pericolose o per  povera gente dell&#8217;altra metà del mondo, truffata, sfruttata, mercificata da  insospettabili &#8220;cittadini&#8221; con la speranza vana di un futuro?<br />
Spaventosa la cronaca mantovana di questi giorni. Ma davvero può essere che nei nostri civili territori, si faccia tratta di esseri umani? Di donne e di uomini trattati come merce, carne umana senza diritti e senza voce che può essere oggetto di lucro. Le donne le vediamo a frotte di notte sulle strade: non sono &#8220;escort&#8221;, sono schiave. Sotto il ricatto di debiti enormi inestinguibili o di minacce alle loro persone e alle loro famiglie. Gli uomini, tanti di loro, sono nei campi quando servono o nei cantieri o reclutati dalla malavita. Clandestini e pertanto fuorilegge. Inoffensivi, in quanto tali,  per chi li sfrutta e li taglieggia, per quella&#8221;brava gente&#8221; che ha trovato la scorciatoia per sistemare le proprie situazioni economiche traballanti. Business senza etica che si trasforma in malavita. Esito aberrante di una dissennata cultura del disprezzo, della discriminazione,  che anche ora mostra quanto banale e &#8220;normale&#8221; possa essere il male.<br />
L&#8217;emergenza educativa e culturale sta pericolosamente degenerando in emergenza etica. E&#8217; compito di tutti noi farsene carico. Nessuno può dirsi fuori</span></p>
<p>Francesca Zaltieri,  segretaria Circolo PD di Asola</p>
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		<title>Perché vince la Lega</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Jun 2009 16:43:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Casella Paltrinieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[IDEE]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[legalità]]></category>
		<category><![CDATA[QUELLI DELLA LEGA]]></category>
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		<description><![CDATA[Ci sarà tempo per fare una analisi seria e distaccata del voto per le europee e di quello per le amministrative. Molti saranno gli schemi e le teorie utili a spiegare l’avanzata irresistibile di una Lega che, mettendo in campo i temi della sicurezza, della lotta alla immigrazione clandestina, della legalità, miete successi in tutto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Ci sarà tempo per fare una analisi seria e distaccata del voto per le europee e di quello per le amministrative. Molti saranno gli schemi e le teorie utili a spiegare l’avanzata irresistibile di una Lega che, mettendo in campo i temi della sicurezza, della lotta alla immigrazione clandestina, della legalità, miete successi in tutto il Nord e anche, ormai, nelle regioni che sembravano inattaccabili. </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Provo a proporre una mia teoria, frutto di riflessioni che da tempo faccio su questo partito, ormai il più vecchio tra quelli che compaiono in Parlamento. </span></p>
<p align="justify"><span id="more-547"></span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Registro, anzitutto (come molti hanno già fatto notare) che la Lega non solo ha ereditato lo stile dei vecchi partiti popolari, fatto di contatto con la gente, di presenza nei circoli e nelle osterie, ma ha ripreso temi culturali un tempo saldamente presidiati dalla sinistra. Tra i tanti, ad esempio, tutta la riscoperta e lo studio della tradizione popolare: il recupero del dialetto, lo studio delle forme culturali del popolo, la tradizione musicale e fabulistica, la stessa tradizione culinaria locale, la religiosità popolare. Temi che, dal secondo dopoguerra in avanti, hanno interessato intellettuali di sinistra, eredi della impostazione gramsciana che vedeva il folclore e la tradizione popolare come una espressione culturale contrapposta a quella della borghesia. Intellettuali, per citarne uno della nostra terra, come Gianni Bosio, che tracciava il ritratto della comunità di Acquanegra presentandone le vicende politiche e l’evoluzione economica in seguito alla introduzione del trattore. Questi temi costituiscono oggi gli argomenti sui quali la Lega fonda la propria identità di “nazione” alternativa (le frontiere celtiche) a quella italiana. Ma è chiaro che le categorie interpretative sono profondamente cambiate: non più le categorie marxiste della cultura di classe, della contestazione popolare e della coscienza liberata. Piuttosto, invece, le “radici” della tradizione, il riscatto possibile, il recupero di una dimensione di “mondo vitale” precedente e alternativo all’astrattezza del politico. La comunità, il “locale” contro lo stato e la società anonima. Non sembri strano il riferimento ad argomenti come la tradizione popolare, che hanno poco diritto di cittadinanza in un discorso politico. Infatti, il recupero del dialetto, delle feste popolari, persino della tradizione religiosa, interpretata come “cultura”, l’insistere su una Europa “dei popoli” di contro alla astrazione della società mondiale globalizzata, costituisce lo sfondo sul quale la Lega propone la sua idea di società monoculturale e separatista, e di “popolo” alternativo allo stato centralizzato. Il fatto è che la gente ha continuato in questi anni a parlare dialetto, a riferirsi, piuttosto che allo stato lontano e burocratico, alla propria comunità locale, al proprio mondo vitale. E, dunque, di fronte ad un mondo sempre più complesso e incomprensibile, è particolarmente sensibile al richiamo di un modello di collettività nel quale i riferimenti sono certi, condivisi, solidi.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Un altro aspetto va rilevato: la ritualità ripetuta, ostentata, dei cerimoniali leghisti. È di qualche settimana fa il “giuramento di Castiglione” nel quale il popolo leghista si è impegnato ad ostacolare la costruzione della moschea in quel comune. Ritualità che noi guardiamo sempre con un senso di malcelato disprezzo, pensandola frutto di ingenuità, mentre andrebbe piuttosto vista come una raffinata operazione antropologica, tentativo di fondare un discorso politico sul simbolismo e, comunque, straordinario strumento di costruzione di cultura condivisa.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Ma l’opera di trasformazione dei discorsi e delle pratiche messa in atto dalla Lega in questi anni (ormai più di due decenni) non finisce qui. Concetti che sono stati prodotti come strumenti per la comprensione tra i popoli sono dalla Lega ribaltati ed utilizzati al fine di distinguere, separare e contrapporre. Termini come “cultura”, “identità culturale” sono utilizzati per sostenere, ad esempio, l’impossibilità di una convivenza pacifica tra popoli o per avvicinare esperienze tra di loro molto distanti come il rinascere delle formazioni identitarie in Europa e la lotta di liberazione dei popoli aborigeni. Non stupisce vedere esposta nei gazebo della Lega la bandiera del Tibet: e infatti il popolo leghista pensa di poter stabilire una identità tra la propria “lotta” per il riconoscimento del popolo lombardo (o celtico, che sia) e quella dei tibetani contro la Cina. Un apparentamento che ci imbarazza e mette in crisi (perché l’operazione politica di “inventare” un popolo lombardo, costruito su una identità etnica in gran parte fasulla, non nasconde i tratti della ipocrisia e della prevaricazione violenta nei confronti delle altre configurazioni culturali) ma che appare del tutto legittimo al militante leghista il quale si sente impegnato in una “battaglia di libertà”. Il fatto è che sono proprio questi aspetti, ridicolizzati (come il rituale), sottovalutati (come il riferimento al folclore e all’orizzonte comunitario locale) a fare presa sulla gente che, magari, ha poche conoscenze del dramma tibetano ma comunque pensa di doversi in qualche modo riscattare da una storia della quale non si è mai sentita protagonista. Prima ancora del rifiuto degli stranieri (clandestini o meno), prima ancora della concezione anti islamica, quello che fa presa è, mi pare, l’idea di un legame pre-politico tra le persone di una comunità, prima dello stato e nonostante lo stato. Non è davvero possibile pensare, infatti, che la fortuna della Lega stia nell’offrire un “nemico” al quale opporsi (gli stranieri, i meridionali). È invece su questa concezione “etnica” e sul sentimento che ne deriva che la Lega punta e sopravvive. Su questa differenza “antropologica” dell’uomo del nord (tematica polemica che ha avuto una lunga storia della tradizione intellettuale italiana), sulla “questione settentrionale” (oggi trasformata, mi pare, in questione “occidentale”). Dove porta questa mia riflessione? Tutte le comunità hanno sempre cercato forme di convivenza basate su principi e pratiche: la parentela e la sua estensione, il controllo sociale e l’opinione pubblica, il comune riferimento ad un testo fondante (la Costituzione…). La coesione sociale è però sempre stata anche il frutto del riconoscimento di una tradizione valoriale omogenea. Oggi non è più così. Un mondo variegato, complesso, relativista (nel senso del relativismo culturale e di riferimenti valoriali) richiederebbe una proposta politica capace di fare sintesi e di trovare una piattaforma comune sulla quale costruire cittadinanza. Al contrario, tramontate le ideologie e le utopie politiche, e venute meno categorie interpretative (ad esempio, quella di “classe” di orientamento marxista) riemerge in Occidente una visione “tribalista”. Rinascono le tribù e rinasce l’etnocentrismo, come ben si vede nei risultati delle politiche europee che hanno dato rappresentanza a formazioni xenofobe. Di conseguenza, si legittimano politiche etniche, secondo le quali i diritti di ciascuno non  derivano dall’essere cittadini di uno stato, o, semplicemente, seguendo la Dichiarazione Universale, dall’essere “uomini”  e “donne”, ma piuttosto dalla propria collocazione speciale (ad esempio, essere italiani dà diritto, in Lombardia, alla precedenza nella assegnazione delle case, alla assistenza, alla scuole, laddove questi diritti sono negati a chi non lo è). In questo quadro il razzismo rimane, oggi come ieri, una “proposta culturale vantaggiosa” e il fatto che la Lega se ne serva, pur negandone la versione ottocentesca biologizzante a vantaggio di una visione più culturale, si spiega proprio con l’affermarsi di questa concezione tribale della politica.<em> </em>Una concezione, legittimata e resa “discorso” politico da chi esprime il potere. Come scriveva Foucault, chi è in grado di affermare la propria visione del mondo (il proprio sapere), si manifesta come “potere”. Le istituzioni, i mezzi di comunicazione di massa hanno perciò legittimato, e continuano a farlo, questa maniera di pensare la politica, traducendone le pratiche.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Ma le politiche etniche sono sempre pericolose. Basterebbe ricordare quanto accaduto nella ex Jugoslavia dove l’insistere sulle differenze insanabili e inconciliabili ha prodotto la disgregazione e la guerra. O, più semplicemente, osservare il risorgere di sentimenti anti-italiani nell’Alto Adige, o, infine, considerare l’imbarbarimento progressivo della relazione con le comunità di stranieri che vivono in Italia.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Se ne possono ricavare delle indicazioni per l’azione? Credo anzitutto che avere coscienza di questo complesso quadro permette di affrontare il tema con una prospettiva meno ingenua e stereotipata.<em> </em>Credo anche che questa situazione, quale che sia la lettura che vogliamo privilegiare, ci obblighi ad lettura attenta delle dinamiche locali, quelle che si realizzano nelle piccole comunità, facilmente chiuse ed autoreferenziali. Non è detto che la risposta “tribale” sia l’unica possibile in un mondo reso sempre più complesso da interazioni globali. Ma perché emerga e maturi una teoria più positiva della convivenza sociale, che tenga insieme il desiderio di comunità con la necessità di interagire con la diversità (culturale, politica, religiosa) bisogna che non si sottovalutino i problemi. E, forse, bisogna ripartire da una analisi umile e fattiva del reale. </span></p>
<p align="justify"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: small;">Anna Casella Paltrinieri</span><a name="0.1__PictureBullets"></a></p>
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		<title>POVERTA’ E  SICUREZZA NELLA SOCIETA’ DELLO SMARRIMENTO</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Oct 2008 11:46:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanna Martelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[

  
Nel nostro tempo non ci si può interrogare sulla povertà senza interrogarsi sulla società dell’incertezza e quindi sul  binomio  povertà – sicurezza.  Questo esercizio di riflessione è necessario  anche nelle nostre comunità,    che sono interessate da sistemi di protezione sociale potenzialmente  in grado di rispondere  al bisogno ed alla domanda  provenienti dai territori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><meta http-equiv="Content-Type" content="text/html; charset=utf-8" /><meta name="ProgId" content="Word.Document" /><meta name="Generator" content="Microsoft Word 9" /><meta name="Originator" content="Microsoft Word 9" /></p>
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<p class="MsoBodyText"><span style="font-family: Arial">Nel nostro tempo non ci si può interrogare sulla povertà senza interrogarsi sulla società dell’incertezza e quindi sul<span>  </span>binomio<span>  </span>povertà – sicurezza.<span>  </span>Questo esercizio di riflessione è necessario<span>  </span>anche nelle nostre comunità,<span>    </span>che sono interessate da sistemi di protezione sociale potenzialmente<span>  </span>in grado di rispondere<span>  </span>al bisogno ed alla domanda<span>  </span>provenienti dai territori ma altrettanto coinvolte in una dimensione di smarrimento<span>  </span>legata alla mancanza di sicurezza.</span></p>
<p class="MsoBodyText">&nbsp;</p>
<p class="MsoBodyText"><span style="font-family: Arial">La riflessione si sposta quindi su quale sicurezza per le nostre comunità:<span>  </span>telecamere nelle<span>  </span>piazze,<span>  </span>maggiore<span>  </span>presenza di vigili nelle strade ed<span>  </span>altre misure rivolte<span>  </span>sempre<span>  </span>a rispondere<span>  </span>ad un bisogno difensivo,<span>  </span>specularmente si <span> </span>ritrova la stessa dinamica nel sistema di welfare chiuso in un modello<span>  </span>non sempre in grado di rispondere<span>  </span>al bisogno<span>  </span>sempre più frammentato ed incerto, da qui il continuo<span>  </span>aumento della spesa sociale<span>  </span>con interventi spesso destinati al sostegno al reddito in una logica anch’essa<span>  </span>difensiva e autolimitante;<span>  </span>questo quadro<span>   </span>obbliga la politica a farsene carico<span>  </span>spostando l’attenzione dai mezzi ( reddito) ai fini intesi come capacità del singolo di essere,<span>  </span>seppur in condizione<span>  </span>di vulnerabilità, risorsa<span>  </span>attiva nella<span>  </span>possibile risposta al bisogno.</span></p>
<p class="MsoBodyText">&nbsp;</p>
<p class="MsoBodyText">&nbsp;</p>
<p class="MsoBodyText"><span style="font-family: Arial">La politica deve quindi investire sulle capacità delle comunità,<span>  </span>dove le risposte<span>  </span>vengono strutturate tenendo insieme la necessità di chi non riesce a gestire i propri bisogni quotidiani e di chi vive<span>  </span>nell’insicurezza<span>  </span>e nella paura<span>  </span>di vivere a pieno le proprie strade i propri spazi. Credo sia necessario riportare nei territori politiche<span>   </span>che nascono da una lettura<span>  </span>del bisogno pluralista<span>  </span>che tenga conto delle visioni di tutti gli attori sociali e in grado quindi di dare risposte<span>  </span>ai bisogni<span>  </span>fondamentali : abitare, lavorare, sentirsi rispettati, sentirsi parte di una contesto sociale e politico in grado di salvaguardare i diritti di chi è parte fondante di una<span>  </span>comunità e di chi arriva<span>  </span>con l’obiettivo di migliorarsi.</span></p>
<p class="MsoBodyText">&nbsp;</p>
<p class="MsoBodyText"><span style="font-family: Arial">L’approccio<span>  </span>non è quello di sapere quanti poveri ci sono<span>  </span>ma è quello di capire<span>  </span>quali sono le nostre povertà<span>  </span>mediante un confronto<span>  </span>aperto che porti la politica ad argomentare le proprie posizioni con franchezza senza ipocrisie e strumentalizzazioni.<o></o></span></p>
<p class="MsoBodyText"><span style="font-family: Arial">In questo senso il Partito Democratico<span>  </span>sente di assumersi un ruolo proattivo<span>  </span>su questi temi proponendosi come costruttore di occasioni di confronto con i soggetti politici che amministrano il territorio proprio perché temi come la<span>  </span>povertà<span>  </span>e la sicurezza<span>  </span>hanno bisogno di<span>  </span>riscontri<span>  </span>ragionati e<span>  </span>condivisi<span>  </span>che diano ai cittadini meno smarrimenti e maggiori certezze.</span></p>
<p class="MsoBodyText">&nbsp;</p>
<p class="MsoBodyText"><span style="font-family: Arial">Giovanna Martelli</span></p>
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		<title>NO AL REATO DI IMMIGRAZIONE CLANDESTINA</title>
		<link>http://www.pdaltomantovano.it/no-al-reato-di-immigrazione-clandestina/</link>
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		<pubDate>Sat, 24 May 2008 16:34:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ilario Gavioli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[ingiustizia]]></category>
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		<description><![CDATA[di
Giovanni Marinelli, Membro del Consiglio Provinciale del PD
Il nuovo governo vuole introdurre il reato di &#8220;immigrazione clandestina&#8221; facendo credere che tale norma aumenti la sicurezza dei cittadini. Ciò è illusorio sotto il profilo pratico, ma è anche contro ogni etica democratica, sia di derivazione laica che cristiana. Il PD dovrà battersi perché ciò non accada, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di<br />
<strong><em>Giovanni Marinelli, Membro del Consiglio Provinciale del PD</em></strong></p>
<p>Il nuovo governo vuole introdurre il reato di &#8220;immigrazione clandestina&#8221; facendo credere che tale norma aumenti la sicurezza dei cittadini. Ciò è illusorio sotto il profilo pratico, ma è anche contro ogni etica democratica, sia di derivazione laica che cristiana. Il PD dovrà battersi perché ciò non accada, come peraltro raccomanda l&#8217;Unione Europea.</p>
<p>Il sottoscritto, di cultura laica e repubblicana, propone a tutti i democratici del PD una riflessione sulla definizione che il Prof. Maurizio Viroli (Pricenton Universty) diede del repubblicanesimo:</p>
<p>&#8220;Il cuore del repubblicanesimo è la carità laica, ovvero quella passione che ci fa sentire l&#8217;oppressione, la violenza, l&#8217;ingiustizia e la discriminazione perpetrate contro altri come atti che ci offendono come se noi fossimo le vittime. Proprio perché è figlia della carità la politica repubblicana non aspira a rendere gli uomini felici, ma a ridurre la sofferenza umana; non è affare di capi che conoscono il fine della storia o il destino di una nazione, né di demagoghi o di profeti, ma di cittadini che amano la libertà e sanno servire il bene pubblico per non dover servire i potenti&#8221;.</p>
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