16 ottobre 2009 - Inserito da: Gilberto Quiri

Tutto bene, ma non era questo il Pd

Tutto bene, ma non era questo il Pd
Europa – 15ott09 – s. menichini

È stata ottima la gestione di piazza del Popolo, che ha consentito al Pd di governare il moto di indignazione della sua gente invece di farsene travolgere come poteva accadere. Ed è stato efficace il Franceschini del Marriott, lesto a comprendere il contesto da convention elettorale più che da congresso paludato.
Così come la logica delle primarie suggerisce di non scandalizzarsi per la caccia a ogni voto, elettori di Di Pietro compresi (anche perché alla fine tanti sono ex elettori del Pd).
Dopo di che, vorremmo che qualcuno ci sussurrasse all’orecchio che Franceschini non crede davvero a tutto quello che dice, e a come lo dice. Perché se viceversa dovessimo prenderlo alla lettera, dovremmo concludere che, fra lui e Bersani, il famoso progetto del Pd originario ha comunque poche speranze di rivivere.
Quando vogliono proprio essere acidi con Franceschini, nel giro dalemiano dicono che di Veltroni gliene è bastato uno, e che la copia non la reggono.
Sbagliano. È vero che di Veltroni ne è bastato uno, però il primo Pd con tutti i suoi difetti era un’altra cosa dal partito barricadero che ha fatto spellare le mani ai delegati di tutte le mozioni al Marriott. Nella recente querelle su antiberlusconismo sì o no, tutti hanno dimenticato che l’atto di nascita del Pd è stato il momento più alto (forse l’unico) di autonomia dal berlusconismo che il centrosinistra abbia conosciuto in quindici anni.
È stata colpa di Veltroni aver ridicolizzato quel gesto fondativo con la tiritera infantile sul «principale esponente del partito a noi avverso», ma è stato incancellabile il merito di Veltroni di aver tentato di aprire una breccia nel muro di incomunicabilità che separa i progressisti non da Berlusconi – ci mancherebbe – ma dall’Italia di Berlusconi, cosa più rilevante (quanto a Di Pietro, quell’alleanza è una colpa collettiva dalla quale neanche uno dei big democratici può assolversi, e di obiezioni in tempo reale se ne lessero solo in un posto: qui).
Ora, da tempo, quel muro si è rialzato. Il muro si è rialzato in un tripudio di escort e di settarismi giornalistici.
Berlusconi ha fatto la gran parte del lavoro (è lui il vero killer del Pd come lo vorrebbero gli alfieri del dialogo) e ogni giorno aggiunge un po’ di cemento, perché lì dietro si sente al riparo, e in compagnia maggioritaria.
Da quest’altra parte del muro, può prevalere la voce bassa e ragionante di Bersani o quella concitata di Franceschini; si può provare a resuscitare l’Unione oppure a rendere il Pd un po’ più giacobino; le tattiche possono essere diverse, ma la sostanza del messaggio non cambia: raccogliamo le nostre forze perché lo sfondamento del muro era solo un’utopia contro la quale il Pd s’è già rotto la testa.
Ci vanno di mezzo gli irregolari.
La Binetti è obiettivamente una scheggia impazzita nel Pd, ma persone rispettose delle regole come Franceschini e Soro non l’avrebbero mai espulsa in diretta tv come è successo in questi giorni, sospinti a farlo dal tumulto dei social networks e dalla competition con Marino.
Va bene, magari è solo il vento delle primarie che scombina i capelli e i pensieri, e vedremo tutto sotto un’altra luce quando arriverà il ciclone dei due milioni ai gazebo.
Ci teniamo almeno le buone notizie, come l’accordo fra Bersani e Franceschini a concedere la segreteria al primo arrivato delle primarie, evitando il terzo tempo ed eventuali rovesciamenti di risultato. Comprensibilmente, Marino non aderisce a questo gentlemen agreement, sicché staremo a vedere.
Ieri su Europa scrivevamo del desiderio dei candidati Pd di aggiudicarsi il sostegno di Repubblica.
È divertente osservare come sia bastata una mezza frase, anche un po’ confusa, di Eugenio Scalfari, per spingere Bersani e Franceschini a sottoscrivere la richiesta di agreement di cui il fondatore di Repubblica s’era fatto latore.
Scalfari può esserne legittimamente gratificato. Come Franco Marini , che aveva avanzato la stessa proposta prima del Marriott senza che gli rispondesse nessuno. E come Europa, si parva licet, che l’aveva lanciata il 10 ottobre con queste parole: «Mentre nella politica italiana succede di tutto, (questo “terzo tempo”) sarebbe una follia, alla quale pare gli stessi candidati vogliano porre riparo: chi vince alle primarie è il segretario comunque, e tanti saluti al terzo tempo. Almeno questo, lo facciano. Lo diciamo anche perché l’eventuale assenza di un risultato chiaro rovinerebbe le primarie, non solo come strumento democratico da riutilizzare in futuro ma soprattutto come cruciale arma politica di questa fase, di questa decisiva stagione dell’opposizione a Berlusconi».

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